Rudolf Steiner fondò la rivista Luzifer con l'intento di divulgare la scienza dello spirito. Nel 1904, ampliò la rivista con un'altra pubblicazione, Gnosis, edita in Austria.
Con il doppio nome di Luzifer-Gnosis, la nuova rivista pubblicò in seguito i saggi di Steiner che, successivamente, raccolti, costituirono il libro che, insieme a Teosofia e La Scienza occulta nelle sue linee generali, è considerato tra le opere fondamentali per chi desidera avvicinarsi alla scienza dello spirito antroposofica.
Una continuazione di quei saggi apparve sotto il titolo Gradire della conoscenza superiore e doveva costituire, più tardi, un altro volume che avrebbe sviluppato e integrato l'opera Iniziazione.
Tuttavia, il sovraccarico di lavoro derivante dalla sua attività di conferenziere rese via via impossibile per Rudolf Steiner il lavoro necessario alla rivista, benché questa si stesse diffondendo sempre più.
A causa della mancanza di tempo, fu necessario sospenderne la pubblicazione: perciò anche la serie dei Gradi della conoscenza superiore rimase interrotta.
Spinti dal desiderio di più parti, abbiamo deciso di appagarlo, anche se il testo, interrotto così improvvisamente, non può offrire una struttura organica e compiuta.
Si poteva pensare di rinunciare a questa pubblicazione, dato che il suo contenuto era stato già pubblicato in altra forma e con altri titoli.
Tuttavia, per chi cerca lo spirito, la conquista della realtà spirituale è possibile e non illusoria, solo se egli torna sempre a rielaborare il contenuto spirituale già appreso e mai abbastanza assimilato e se cerca di percorrere con l'esperienza, sempre da capo, la via che lo ha condotto ai mondi dello spirito.
La vita animica di chi lavora meditativamente deve essere conservata tale da poter mantenere la sua mobilità, in modo che le vedute acquisite da un lato lo rendano più aperto alle prospettive lontane offerte da altri punti di vista.
I saggi qui pubblicati hanno anche un valore storico, in quanto ci indicano il punto di partenza che i consigli esoterici di Rudolf Steiner hanno dovuto prendere e ci mostrano come egli sia diventato la guida, il pioniere, anche in questo campo, nel quale, grazie a lui, per la prima volta l'uomo poté essere lasciato libero.
Per fare ciò, con una veggenza vasta come il mondo e con il massimo senso di responsabilità, egli dovette innanzitutto gettare le basi di un atteggiamento spirituale che permettesse all'uomo di trovare in sé un sicuro punto di appoggio morale, idoneo a resistere, in libertà, alle tentazioni e alle deviazioni.
Per poter compiere un'azione simile, in un momento cruciale di grandi rivolgimenti storici, in mezzo a forze avversarie e nemiche, poggiando unicamente su sé stesso, era necessario l'ethos immenso che pervade tutta la vita e l'opera di Rudolf Steiner e che lo indusse a trascurare qualunque altro pensiero che non fosse quello del bene dell'umanità e della salvezza del mondo occidentale dalla minacciosa rovina.
Perciò, era necessario lavorare partendo dalle fondamenta, in modo corrispondente alle necessità dei tempi, e possedere una sintesi di tutto il sapere.
Se si osservano questi saggi, viene da chiedersi: com'è da intendersi il fatto che Rudolf Steiner, che ci ha condotti alla libertà nel campo dell'esoterismo, facendoci anche qui poggiare su noi stessi e promettendo solo al nostro Io superiore ciò che di solito il discepolo doveva promettere al maestro, parli ancora della necessità di un'unione strettissima del discepolo col maestro, mettendolo in certo modo alla sua dipendenza?
Il fatto è che Rudolf Steiner qui descrive soltanto un rapporto di fiducia.
Fin da principio, Steiner ha evitato e allontanato da sé ogni elemento autoritario.
Nei tempi antichi, i sacerdoti iniziatori si assumevano la piena responsabilità di chi era da iniziare ai misteri dell'esistenza spirituale e operavano in lui con la propria volontà.
Così, era protetto e, al contempo, guidato, e poteva sfuggire ai pericoli che altrimenti lo avrebbero sopraffatto.
Infatti, il suo Io aleggiava al di sopra dei suoi involucri fisici; la sua autocoscienza non era ancora desta e la via della progressiva disciplina occulta doveva portare a risvegliarla sempre più.
Nell'iniziazione cristiana, nel rapporto col Maestro universale, vediamo la dipendenza dal maestro personale addolcita, sebbene essa sia tuttora presente.
Successivamente, tale rapporto perde sempre più il suo carattere personale nella disciplina rosicruciana, trasformandosi in un rapporto di fiducia.
In questa disciplina, il maestro assiste il discepolo, gli mostra la via che questi cerca e che non sarebbe in grado di trovare da solo, lo sostiene moralmente, gli indica i pericoli che minacciano il suo carattere a causa della vanità e dell'inganno di immagini illusorie che egli deve imparare a distinguere dalla vera realtà spirituale.
Il maestro è dunque un aiuto che potrebbe sempre ritirarsi se la fiducia del discepolo venisse meno.
Nel momento cruciale di svolta che stiamo attraversando, il maestro che opera per la nostra epoca doveva rivelare il passato, il presente e il futuro dello sforzo spirituale umano e, mentre si occupava dell'educazione del singolo, doveva costruire la sua opera in modo che potesse ergersi come opera umana generale, come un nuovo elemento di vita riconquistato per il mondo futuro.
Così Rudolf Steiner creò una scienza dell'iniziazione in cui ogni uomo serio e moralmente attivo può trovare un terreno solido su cui poggiare e afferrare gli elementi che accrescono il suo discernimento, mentre nuovi mondi gli si aprono dinanzi.
Non c'è motivo di sentirsi insicuri; ha tutto ciò di cui ha bisogno per percorrere la via fino al punto in cui, nelle regioni spirituali, non trovi la sua guida.
Una situazione del genere non esisteva prima dell'opera spirituale di Rudolf Steiner.
La sua creazione è la «scienza» dell'iniziazione, che svela ciò che era nascosto nei misteri dei templi antichi: la conoscenza del divenire dei mondi e quella della prossima discesa del Cristo, e ciò che era custodito nella Chiesa: l'azione redentrice della liberazione umana compiuta dal Cristo e la compenetrazione dell'Io di ogni singolo individuo da parte del Cristo nel corso del tempo.
Al posto della direzione personale subentra ora il compito di condurre l'uomo a trovare la via, mediante le forze dello Spirito dell'Epoca, all'Io dell'umanità intera, al Cristo.
La coscienza dell'uomo singolo viene resa matura per accogliere la forza dell'Io superiore e l'autocoscienza viene elevata al Sé spirituale.
Questo è il lavoro dell'avvenire.
Ma solo fondandosi sul passato è possibile fecondare il presente e preparare il futuro; altrimenti si lavora a vuoto.
Anche qui c'è una metamorfosi.
L'avvenire si configura trasformando il presente, che poggia sul terreno del passato.
All'antico si aggiunge il nuovo, come la primavera segue l'inverno.
La forza solare infiamma la terra; ciò che muore e si trasforma in spirito, si accende di nuova vita per la grazia che scende dall'alto.
Anche nel campo dell'esoterismo si svolge un divenire storico continuo, per la legge dell'evoluzione ascendente e del flusso e riflusso della vita che viene meno e rifiorisce fino al momento, apparentemente improvviso, in cui la grazia irradiante prorompe, come nel miracolo di un fiore che sboccia luminoso nel verde della vegetazione.
Le anime, anelanti a conoscenze spirituali, che si avvicinarono a Rudolf Steiner furono il gruppo di uomini che il destino gli offriva affinché egli lavorasse con esso e, partendo dalle loro premesse e dai loro bisogni, potesse costruire ciò che poi divenne una scienza dell'iniziazione saldamente fondata su basi conoscitive.
Bisognò strappare gli uomini all'inerzia dei tempi per poter formare il ponte verso le necessità del futuro.
Risvegliare il senso della libertà interiore e portare l'uomo a poggiare su sé stesso in piena responsabilità fu più difficile di tutto. Nella più scrupolosa osservazione di questa meta, Rudolf Steiner non volle essere per gli uomini se non un istruttore, un consigliere e un risvegliatore di impulsi spirituali umani.
Egli poté dare una descrizione di fatti spirituali perché il suo pensiero e la sua veggenza erano permeati di vita e si svilupparono gradualmente con la forza di un organismo naturale.
L'opera del suo spirito ci è ora presentata nella ripristinata unità di scienza, arte e religione.
Maria Steiner von Sivers
Ma senza tale trasformazione e tale continuo accrescimento in ogni campo della vita, compiuti di forma in forma da potenze piene di saggezza, non si sarebbero chinati su di noi i nuovi valori, i doni dello Spirito, le lingue fiammeggianti della Parola.
Senza la conoscenza di questi fatti, i riceventi non sarebbero in grado di misurare ciò che in mezzo a essi vuol compiersi; il nuovo e il grande non potrebbero avverarsi, l'avvenire non potrebbe essere salvato.
La via della conoscenza superiore è stata seguita nell'iniziazione fino all'incontro con i «Guardiani della Soglia».
Ora vogliamo descrivere anche i rapporti in cui l'anima si trova rispetto ai diversi mondi mentre percorre i gradi successivi della conoscenza.
Si otterrà ciò che si può chiamare «la teoria della conoscenza della scienza occulta».
Prima che l'uomo ponga il piede sul sentiero della conoscenza superiore, egli conosce solamente il primo dei quattro gradi di conoscenza, quello che gli è proprio nella vita ordinaria entro il mondo dei sensi.
Anche ciò che viene chiamato «scienza» si basa solo su questo primo grado di conoscenza, in quanto non fa che elaborare più finemente il sapere quotidiano e renderlo più disciplinato.
Essa fornisce ai sensi degli strumenti – microscopio, telescopio, ecc. – per vedere con maggior precisione ciò che i sensi non armati (o «nudi», come si suole dire) non vedono.
Ma che si osservino oggetti di grandezza normale ad occhio nudo oppure a mezzo di una lente d'ingrandimento, il livello di conoscenza resta pur sempre il medesimo.
Anche quando applica il pensiero agli oggetti e ai fatti, questa scienza si attiene a ciò che già si svolge nella vita quotidiana.
Gli oggetti vengono classificati, descritti e confrontati tra loro, si cerca di formarsi un'immagine delle loro variazioni e così via.
Nella scienza occulta, questo primo grado di conoscenza è chiamato «conoscenza materiale».
A questa, se ne aggiungono altre tre forme superiori, e poi altre ancora (*).
Considerando come primo grado la conoscenza ordinaria e scientifico-sensibile, sono da distinguere i seguenti quattro gradi di conoscenza:
- conoscenza materiale;
- conoscenza immaginativa;
- conoscenza ispirata, detta anche «volitiva»;
- conoscenza intuitiva.
Nella conoscenza sensibile quotidiana sono in gioco quattro elementi:
l'oggetto che fa un’impressione sui sensi;
l’immagine che l'uomo si forma di quell'oggetto;
il concetto, per mezzo del quale l'uomo giunge ad afferrare spiritualmente un oggetto o un processo;
l'Io che, sulla base dell'impressione dell'oggetto, se ne forma l'immagine e il concetto.
Prima che l'uomo si formi un'immagine, una «rappresentazione», l'oggetto che gliene offre l'occasione esiste già.
L'uomo non lo forma, ma lo percepisce.
Sulla base dell'oggetto nasce l'immagine.
Finché si guarda l'oggetto, se ne ha a che fare.
Nel momento in cui se ne distoglie lo sguardo, non rimane altro che l’immagine.
L'oggetto si abbandona, l'immagine rimane «attaccata» alla memoria.
In ultima analisi, lo scienziato naturalista più rigoroso non fa altro che sviluppare secondo le regole dell'arte il modo di osservazione della vita quotidiana.
La sua conoscenza diventa più vasta, più complessa e più logica, ma non si arriva a una nuova forma di conoscenza.
(*) L'autore ha sviluppato altrove idee appena abbozzate in questa sede; egli stesso indicò, come continuazione di quest'opera, Una via verso l'autoconoscenza e La soglia del mondo spirituale, che sono entrate a far parte del volume italiano Verso i mondi spirituali (Ed. Laterza, Bari).
Tuttavia, non possiamo limitarci a questa semplice formazione di immagini.
Dobbiamo arrivare ai concetti.
La distinzione tra «immagine» e «concetto» è di fondamentale importanza.
Supponiamo di avere dinanzi agli occhi un oggetto dalla forma circolare.
Poi, voltandoci dall'altra parte, conserviamo nella memoria l'«immagine» del cerchio.
Finora non abbiamo ancora il «concetto» di circolo.
Questo avviene solo quando ci si dice: «Un circolo è una figura nella quale tutti i punti sono equidistanti dal centro».
È solo quando ci formiamo un concetto di una cosa che la comprendiamo.
Esistono molti circoli: piccoli, grandi, rossi, azzurri, ecc., ma esiste un unico concetto di «circolo».
Il quarto elemento che interviene nella conoscenza materiale è l'«io».
È qui che si forma l'unità delle immagini e dei concetti. L'Io conserva nella sua memoria le immagini.
Se ciò non accadesse, non si avrebbe una vita interiore continua.
Le immagini delle cose sussisterebbero solo finché le cose stesse agirebbero sull'anima.
Ma la vita interiore dipende dal fatto che una percezione si unisca all'altra.
L'Io si orienta nel mondo «oggi» perché, di fronte agli stessi oggetti, gli sorgono le immagini degli stessi oggetti di «ieri».
Immaginiamo cosa sarebbe impossibile per l'anima se potesse avere l'immagine di una cosa soltanto finché questa le fosse davanti.
Anche riguardo ai concetti, l'Io forma un tutto; esso collega i suoi concetti e si crea una visione d'insieme, vale a dire una comprensione del mondo.
Questo collegamento avviene nel «giudicare».
Un essere che avesse solo concetti isolati non potrebbe orientarsi nel mondo.
Tutta l'attività umana si basa sulla capacità di collegare i concetti, ovvero sulla capacità di «giudicare».
La «conoscenza materiale» si basa sul fatto che l'uomo, attraverso i suoi sensi, riceve un'impressione di oggetti e rappresentazioni del mondo esterno.
Ha la facoltà di sentire, la sensibilità.
L'impressione ricevuta «da fuori» viene anche chiamata «sensazione».
Nella «conoscenza materiale» sono dunque da considerarsi quattro elementi: sensazione, immagine, concetto e Io.
Nel grado successivo della conoscenza, viene a mancare la percezione sensoriale, la «sensazione».
Non c'è più alcun oggetto esterno sensibile.
Rimangono dunque tre soli degli elementi che sono familiari all'uomo nella conoscenza ordinaria: l'immagine, il concetto e l'Io. Quando non c'è alcun oggetto esteriore sensibile, la conoscenza ordinaria non forma né immagine né concetto in una persona sana.
L'Io resta allora inattivo.
Chi si forma immagini a cui dovrebbero corrispondere oggetti sensibili laddove questi oggetti sensibili non ci sono, fantastica semplicemente.
Ma il discepolo della scienza occulta acquista appunto la capacità di formare delle immagini anche dove non ci sono oggetti sensibili.
Per lui, quindi, subentra qualcos'altro al posto dell'"oggetto esteriore".
Deve poter avere delle immagini anche quando nessun oggetto colpisce i suoi sensi.
Al posto della «sensazione» deve subentrare qualcos'altro. Ed è l'«immaginazione».
A questo livello, al discepolo occulto compaiono delle immagini, precisamente come se un oggetto sensibile facesse un'impressione su di lui: immagini vivaci e realistiche, simili a quelle dei sensi, ma non provenienti dal mondo «materiale», bensì dall'«animico» e dallo «spirituale».
Nel frattempo, i sensi rimangono totalmente inattivi.
È chiaro che l'uomo deve prima conquistarsi questa facoltà di avere delle immagini piene di contenuto, pur senza impressioni sensorie, e tale conquista si ottiene mediante la meditazione e gli esercizi descritti nell'opera Iniziazione.
Chi è limitato al mondo dei sensi vive soltanto in un mondo d'immagini che entrano in lui attraverso i sensi.
L'uomo immaginativo, invece, ha un mondo di immagini che gli affluiscono da una regione superiore.
Per discernere l'illusione dalla realtà in quel mondo superiore di immagini, è necessaria una disciplina molto accurata.
Ed è facile che, quando tali immagini si presentano per prime alla sua anima, l'uomo dica: «Sono solo cose immaginarie, frutto della mia fantasia!
».
È comprensibile, perché l'uomo, a tutta prima, è abituato a considerare come "reale" solo ciò che gli è stato dato senza sforzo, attraverso la solida base della sua percezione sensoria, e deve prima abituarsi all'idea di considerare come "reali" cose che hanno la loro origine in tutt'altra parte.
Se non vuole diventare un visionario, non dovrà mai essere troppo cauto.
Che cosa è «reale» e che cosa è «mera illusione» nelle sfere superiori può essere deciso solo dall'esperienza.
Dobbiamo acquisire quest'esperienza in una vita interiore silenziosa e paziente.
A tutta prima dobbiamo essere preparati all'eventualità che l'«illusione» ci giochi dei brutti tiri, poiché da ogni lato c'è il rischio di avere immagini provocate da inganni dei sensi esteriori o da una vita anormale.
Tutte le possibilità di questo genere devono essere eliminate; tutto ciò che è vita fantastica e visionaria deve essere completamente eliminato.
Solo allora si può arrivare all'immaginazione.
E, una volta arrivati a questo livello, ci si renderà conto che il mondo in cui si penetra in questo modo non solo è reale come il mondo sensibile, ma lo è anche di più.
Al terzo grado della conoscenza, le immagini scompaiono.
L'uomo non ha più a che fare se non con il «concetto» e con l'«Io».
Se al secondo grado egli ha ancora intorno a sé un mondo d'immagini che rammenta gli istanti in cui il vivo ricordo evoca davanti all'anima le impressioni dei sensi, senza che tali impressioni vi siano in realtà, al terzo grado non si hanno più nemmeno tali immagini.
L'uomo vive in un mondo puramente spirituale.
Chi è abituato ad attenersi solamente ai sensi, sarà tentato di pensare che questo mondo sia noioso e privo di interesse.
Ma non lo è affatto; anche il mondo d'immagini del secondo grado non è affatto scialbo o pallido, come sono, per lo più, le immagini che rimangono nella memoria dopo la scomparsa degli oggetti esteriori.
Le figure dell’immaginazione, invece, sono d'una vivacità e pienezza di contenuto che non hanno eguali né con le pallide immagini della memoria delle cose sensibili né con il variegato e colorito mondo dei sensi.
Persino questo, confrontato col mondo dell'immaginazione, è come un'ombra; figuriamoci poi il mondo che si schiude al terzo grado della conoscenza!
Nessuna cosa del mondo dei sensi può dare un'idea della sua ricchezza e pienezza.
Ciò che per il primo grado è la sensazione e per il secondo l'immaginazione, per il terzo è l'ispirazione.
L'ispirazione dà le impressioni e l'Io forma i concetti.
Se proprio si vuole mettere a confronto questo mondo con qualcosa di sensibile, allora è possibile paragonarlo unicamente al mondo dei suoni percepibili a mezzo dell'udito.
Ma non si tratta di suoni simili a una musica sensibile, bensì di un «risuonare puramente spirituale».
Si comincia a «udire» ciò che avviene dentro le cose. La pietra, la pianta, ecc. diventano «parole spirituali», il mondo comincia a manifestare realmente da sé il suo essere, di fronte all'anima.
Può sembrare strano, ma è letteralmente vero che, a questo livello, «si ode spiritualmente crescere l'erba».
La forma del cristallo si percepisce come un clangore; il boccio che si schiude «parla all’uomo.
L'ispirato può annunciare l'essenza intima delle cose; tutte le cose risorgono in modo nuovo dinanzi alla sua anima.
Parla un linguaggio che proviene da un altro mondo, ma che è l'unico in grado di rendere comprensibile il mondo in cui viviamo quotidianamente.
Al quarto grado di conoscenza, l'ispirazione cessa finalmente.
Degli elementi che siamo soliti considerare dal punto di vista della conoscenza quotidiana, ormai non resta che l'«Io».
Il discepolo ne è consapevole per una determinata esperienza interiore.
Questa esperienza si esprime nel sentimento che egli ha di non trovarsi più al di fuori delle cose e degli avvenimenti che conosce, ma dentro di essi.
Le immagini non sono l'oggetto; lo esprimono soltanto.
Anche ciò che viene dato dall'ispirazione non è l'oggetto; non fa che esprimerne la realtà.
Ma ciò che vive nell'anima è l'oggetto stesso.
L'Io si è riversato su tutti gli esseri, si è immedesimato con essi.
Ora, il vivere delle cose nell'anima è intuizione.
E se nell'intuizione si penetra nelle cose, quasi scivolandovi dentro, bisogna prenderlo alla lettera.
Nella vita ordinaria l'uomo ha una sola intuizione: quella dell'Io stesso.
L'Io non può essere percepito dall'esterno, ma solo sperimentato nell'intimo.
Una semplice considerazione può renderlo evidente, anche se gli psicologi non lo fanno con il rigore che sarebbe auspicabile.
Tale considerazione, per quanto possa sembrare semplice, è della più vasta e profonda importanza per chi la comprende fino in fondo: qualsiasi cosa del mondo esterno può essere indicata con lo stesso nome da tutti gli uomini. La «tavola» può essere chiamata «tavola» da tutti, il «tulipano» può essere chiamato «tulipano» da tutti e lo stesso vale per il «signor Carlo», che può essere chiamato «signor Carlo» da tutti.
Ma c'è una parola che ognuno può dire solo a sé stesso: la parola «Io».
Nessun altro può dire «Io» a se stesso; per ogni altro, io sono un «tu»; e lo stesso vale per ogni altro. Ciascuno può dire «Io» solo a sé stesso.
Ciò dipende dal fatto che noi non viviamo al di fuori dell'Io, ma al suo interno. È attraverso la conoscenza «intuitiva» che si vive in tutte le cose. La percezione del proprio «Io» è il modello per tutta la conoscenza intuitiva.
Per penetrare così nelle cose, bisogna certamente uscire prima da sé stessi, spogliarsi del proprio «sé» per fondersi col «sé», con l'Io di un altro essere.
La meditazione e la concentrazione sono i mezzi più sicuri per raggiungere questo grado, come pure i precedenti.
Tali pratiche, però, devono essere esercitate con calma e pazienza. Chi crede di poter salire ai mondi superiori tumultuosamente, con mezzi violenti, sbaglia.
E si cade in questo errore quando si spera che nei mondi superiori la realtà possa presentarsi allo stesso modo del mondo dei sensi.
Per quanto vivi e ricchi siano i mondi ai quali si ascende, essi sono tenui, mentre il mondo dei sensi è denso e grossolano.
È di fondamentale importanza imparare a riconoscere come "reale" qualcosa di completamente diverso da ciò a cui si è abituati nella sfera dei sensi.
E questo non è facile.
Perciò, anche chi desiderasse percorrere il sentiero occulto, già ai primi passi arretra impaurito.
Si aspetta di incontrare oggetti simili a tavolini e sedie, ma si imbatte in «spiriti».
E siccome gli spiriti non hanno nulla a che vedere con i tavolini e le sedie, gli paiono «chimere».
Tutto ciò è dovuto solo alla mancanza di abitudine; bisogna anzi tutto acquisire il giusto sentimento per il mondo spirituale, allora non solo lo si vedrà, ma anche lo si apprezzerà.
Gran parte della disciplina occulta è indirizzata a questo giusto riconoscimento e apprezzamento dello spirito.
Per farsi un'idea della conoscenza immaginativa, bisogna considerare prima di tutto lo stato di sonno.
Finché l'uomo non ha raggiunto un grado di conoscenza superiore alla conoscenza materiale, la sua anima vive durante il sonno, ma non può percepire nulla di quel mondo nel quale, dormendo, vive; è come un cieco nel mondo materiale, che vive in mezzo alla luce e ai colori, ma non li scorge.
Durante il sonno, l'anima si ritira dagli organi dei sensi esterni, dagli occhi, dalle orecchie, dalla consueta attività del cervello, ecc., e non riceve impressioni per il tramite dei sensi.
E che cosa fa dunque durante il sonno?
Durante la veglia, sappiamo che l'anima è in continua attività e riceve le impressioni sensorie esterne, elaborandole.
Durante il sonno, quest'attività resta sospesa, ma l'anima non è per questo inattiva.
Mentre dorme, lavora intorno al proprio corpo.
Infatti, durante il lavoro diurno, il corpo si logora e ciò si esprime nella stanchezza.
Durante il sonno, l'anima si prende cura del proprio corpo per renderlo nuovamente adatto a continuare il suo lavoro durante la veglia.
Da ciò si evince l'importanza di un sonno adeguato per la prosperità del corpo.
Chi non dorme a sufficienza non permette alla propria anima di compiere sul corpo il lavoro di riparazione necessario; il corpo ne risente.
Le forze con le quali l'anima lavora sul corpo durante il sonno sono le stesse impiegate durante la veglia, sebbene in quel momento servano per elaborare le impressioni dei sensi esterni.
Quando nell'uomo si sviluppa la conoscenza immaginativa, una parte delle forze impiegate nel sonno per il corpo deve essere impiegata in modo diverso.
Grazie a queste forze vengono ora formati gli organi dei sensi spirituali, grazie ai quali l'anima non soltanto vive in un mondo superiore, ma vi ha anche delle percezioni.
Così, dormendo, l'anima non lavora più soltanto sul proprio corpo, ma su sé stessa.
Questo lavoro viene effettuato tramite la meditazione e la concentrazione, nonché altri esercizi.
Chi ha esperienza in questo campo può rendersi conto dell'effetto che si ottiene nell'una o nell'altra persona quando tenta di sottrarre il proprio lavoro animico al corpo per adoperarlo in senso superiore.
La meditazione, la concentrazione e altri esercizi fanno sì che l'anima si ritiri per un certo tempo dal suo collegamento con gli organi dei sensi.
In questo stato, l'anima è immersa in sé stessa e la sua attività è rivolta verso l'interno.
Eppure, all'inizio della concentrazione, questa sua attività interiore non si distingue granché da quella quotidiana; l'anima deve adoperare, durante il lavoro interiore, le stesse rappresentazioni, sensazioni e sentimenti che ha anche nella vita ordinaria.
Ma più l'anima si abitua a essere, in un certo senso, «cieca e sorda di fronte al mondo sensibile circostante, più vive in sé e più si rende idonea al lavoro interiore.
E ciò che ha compiuto immergendosi nel proprio intimo porta i suoi frutti, soprattutto, durante lo stato di sonno.
Quando di notte l'anima è libera dal corpo, gli effetti di quanto è stato suscitato dagli esercizi diurni perdurano.
In essa si formano gli organi attraverso i quali entra in relazione con un mondo esterno spirituale, proprio come in precedenza lo faceva con l'ambiente fisico per mezzo degli organi sensoriali esterni.
Dalla tenebra dell'ambiente notturno affiorano le luci del mondo superiore.
All'inizio, questo rapporto è intimo e delicato e l'uomo deve aspettarsi che, al risveglio, la luce del giorno offuschi presto le esperienze della notte.
Solo lentamente e gradualmente si comincia a ricordare di aver percepito qualcosa durante la notte.
Per il discepolo, infatti, non è facile imparare ad avvertire le tenui configurazioni della sua anima che, nel corso della sua evoluzione, si mescolano alle esperienze grossolane della vita sensoriale quotidiana.
All'inizio, tali configurazioni gli appaiono simili alle cosiddette impressioni casuali dell'anima.
Tutto dipende dal fatto che impari a distinguere ciò che proviene dal mondo ordinario da ciò che si manifesta attraverso la sua propria entità come manifestazione di mondi superiori.
In una vita interiore calma e raccolta, egli deve acquisire questo discernimento.
È necessario che acquisisca prima di tutto un sentimento del valore e del significato delle intime configurazioni animiche che si manifestano come «ispirazioni casuali» nella vita quotidiana e che, in realtà, sono ricordi dei rapporti avuti in un mondo superiore durante la notte.
Se queste cose vengono comprese in modo grossolano e misurate secondo la vita sensibile, svaniscono.
Da quanto precede si evince che, quando lavora in un mondo superiore, l'anima deve sottrarre al corpo una parte della sua abituale attività.
Per certi aspetti, lo abbandona a sé stesso.
Perciò, esso ha bisogno di un surrogato per ciò che prima riceveva dall'anima.
Se non riceve questo surrogato, rischia di soccombere a forze perniciose.
Dobbiamo tenere a mente che l'uomo è continuamente esposto agli influssi del mondo che lo circonda.
In fondo, egli vive soltanto grazie a tali influssi del mondo circostante.
In particolare, vanno considerati i regni "della natura visibile".
L'uomo ne fa parte.
L'uomo non potrebbe sopravvivere se intorno a lui non esistessero i regni minerale, vegetale e animale, nonché quello degli altri uomini.
Immaginiamo l'uomo strappato alla terra e librato negli spazi cosmici: come uomo fisico, sarebbe distrutto immediatamente, come si dissecca una mano se la si separa dall'organismo.
Come la mano s'ingannerebbe se credesse di poter vivere senza il resto del corpo, così l'uomo s'ingannerebbe se affermasse di poter esistere come essere fisico senza i minerali, le piante, gli animali e gli altri uomini.
Oltre a questi regni, ve ne sono altri tre che di solito sfuggono all'attenzione umana.
Sono i tre regni elementari.
Essi stanno, per certi aspetti, al di sotto del regno minerale. Esistono esseri che non giungono fino al regno minerale, ma che, nondimeno, esistono ed esercitano la loro azione sull’uomo.
Così l'uomo è esposto agli influssi di regni naturali che, in un certo senso, devono essere chiamati invisibili.
Ora, quando l'anima lavora intorno al corpo, una parte essenziale della sua attività consiste nel regolare gli influssi dei regni elementari in modo che siano benefici per l'uomo.
Tuttavia, quando l'anima in parte si distacca dal corpo, possono impossessarsi di esso forze nocive dei mondi elementari.
Questo rappresenta un pericolo per lo sviluppo superiore.
Perciò, è necessario che, non appena l’anima si ritira dal corpo, quest’ultimo rimanga accessibile solo a influssi positivi provenienti dal mondo elementare per virtù propria.
Se non vi bada, l'uomo comune, sebbene ottenga l'accesso ai mondi superiori, si corrompe in parte fisicamente e moralmente.
Mentre l'anima vive in sfere più elevate, nel corpo fisico e nel corpo eterico si annidano forze nocive.
Questo è il motivo per cui, se non si prendono le necessarie precauzioni, possono manifestarsi determinate cattive qualità che, in precedenza, erano state imbrigliate dall'azione equilibratrice dell'anima.
In queste condizioni, persone che prima erano di natura buona e morale, possono, avvicinandosi ai mondi superiori, manifestare ogni sorta di basse inclinazioni: egoismo esagerato, menzogna, vendicatività, ira, ecc.
Tuttavia, nessuno deve lasciarsi spaventare da questo fatto e distogliersi dall’ascesa ai mondi superiori; deve però provvedere affinché tali cose non accadano.
La natura inferiore dell'uomo deve essere fortificata e resa inaccessibile agli influssi elementari pericolosi attraverso un'educazione consapevole che porti allo sviluppo di determinate virtù.
Queste virtù sono le seguenti.
Anzitutto, l'uomo deve badare di continuo, in modo del tutto cosciente, a scorgere in ogni cosa il permanente, l'imperituro, dal transitorio, e a dirigere a quello la propria attenzione.
In ogni essere, in ogni oggetto, si può supporre o riconoscere qualcosa che persiste quando scompare l'apparenza effimera.
Se guardo una pianta, per esempio, la vedo per quello che i sensi mi mostrano.
Questo non va certamente trascurato; e nessuno scoprirà nelle cose l'eterno, se prima non avrà conosciuto a fondo il transitorio.
Taluni temono che, dedicandosi allo spirituale e imperituro, si possa perdere «la freschezza e la naturalezza della vita»; ma non hanno ancora chiaro che cosa sia realmente lo sviluppo superiore.
Se osservo bene una pianta, mi si può rivelare che essa contiene in sé un impulso di vita permanente che si manifesterà in una pianta nuova, quando quella attuale sarà scomparsa da tempo.
Questo modo di porsi di fronte alle cose va accolto in tutta la nostra disposizione d'animo.
Bisogna poi attaccarsi a ciò che ha valore reale e sostanziale e imparare ad apprezzarlo più dell'effimero e superficiale.
In ogni sentimento e in ogni azione, bisogna tenere a mente il valore che una cosa ha in relazione con tutto il resto.
In terzo luogo, dobbiamo educare in noi sei qualità: il controllo dei pensieri, il controllo delle azioni, la capacità di sopportare, la spassionatezza, la fiducia nel mondo che ci circonda e l'equilibrio interiore.
Il controllo dei pensieri si raggiunge quando ci si industria a vincere la tendenza a lasciar errare senza meta i pensieri e i sentimenti che nell'uomo ordinario sono in continuo flusso e riflusso.
Nella vita di tutti i giorni, l'uomo non riesce a controllare i propri pensieri, ma ne è guidato e sospinto.
E, naturalmente, non può essere altrimenti, perché la vita spinge l'uomo e, se egli vuole agire, deve abbandonarsi a questa spinta.
Durante la vita di tutti i giorni non potrà essere altrimenti.
Se, invece, vogliamo elevarci a un mondo superiore, dobbiamo imparare a isolarci, almeno per brevi momenti, durante i quali potremo diventare padroni del nostro mondo interiore di pensieri e sentimenti.
Allora, in perfetta libertà interiore, mentre di solito le rappresentazioni ci si impongono dall'esterno, si pone al centro della propria anima un pensiero.
Poi si cerca di tenere lontani tutti gli altri pensieri e sentimenti che vorrebbero affiorare e di collegare col primo soltanto ciò che vogliamo collegarvi.
Tale esercizio è benefico per l'anima e, di conseguenza, anche per il corpo, che viene messo in una condizione armonica che lo sottrae agli influssi dannosi anche quando l'anima non agisce direttamente su di esso.
Il controllo delle azioni consiste nell'analoga regolazione di esse in libertà interiore.
Un buon inizio consiste nell'intraprendere regolarmente qualche attività che la vita ordinaria non ci avrebbe altrimenti portati a fare.
Nella vita quotidiana, le azioni dell'uomo sono spinte da fattori esterni.
Tuttavia, la minima azione intrapresa per iniziativa propria, agisce nella direzione desiderata, più di qualsiasi cosa la vita esterna possa spingerci a fare.
Bisogna evitare di lasciarsi travolgere dagli stati d'animo che ora vanno al culmine dell'esultanza, ora piombano nell'abisso della disperazione.
Nella vita di tutti i giorni, l'uomo è sballottato dall'uno all'altro stato d'animo: il piacere lo rende felice, il dolore lo deprime.
Ciò ha una sua giustificazione.
Ma chi cerca la conoscenza superiore deve saper moderare la gioia e il dolore; deve diventare capace di «sopportazione».
Deve potersi abbandonare con misura sia alle impressioni piacevoli, sia alle esperienze dolorose, passando sempre con dignità da una all'altra.
Da nulla deve lasciarsi sopraffare o sconcertare.
Questo non lo rende insensibile, ma gli conferisce la stabilità necessaria per affrontare con serenità le difficoltà della vita.
Si domina continuamente.
Una qualità particolarmente importante è il senso dell'affermazione di sé.
Questo può essere sviluppato rivolgendo la propria attenzione, in ogni cosa, ai lati positivi, belli e appropriati allo scopo, anziché concentrarsi in primo luogo sui lati riprovevoli, brutti e contraddittori.
C'è una bella leggenda sul Cristo, conservata nella poesia persiana, che mette in evidenza ciò a cui si fa riferimento quando si parla di questa qualità.
Sopra una strada giace un cane morto. Tanti passanti, tra cui Cristo, passano di lì.
Tutti gli altri distolgono lo sguardo dalla vista orribile della bestia morta, mentre Cristo osserva con ammirazione i suoi bei denti.
Questo è ciò che si intende quando si parla di questa qualità.
In ogni cosa, anche nella più ripugnante, chi cerca con serietà può trovare qualcosa di apprezzabile.
Il lato fecondo delle cose è ciò che esse hanno, non ciò che gli manca.
Inoltre, è importante sviluppare la capacità di essere imparziali.
Ogni persona ha fatto certe esperienze e in seguito a quelle si è formata una certa quantità di opinioni che poi, nella vita, le segna, più delle direttive.
Per quanto naturale sia, da un lato, regolarsi secondo le proprie esperienze, altrettanto è importante, per chi vuole seguire uno sviluppo spirituale e raggiungere una conoscenza superiore, mantenersi sempre aperti a tutto ciò che di nuovo e ancora sconosciuto gli si para davanti.
Bisogna quindi essere cauti nel pronunciare giudizi come «questo è impossibile» o «quello non può essere».
Ogni volta che gli si para dinanzi un'opinione diversa da quella che ha maturato in base alle proprie esperienze passate, sarà pronto a lasciarsi condurre da essa.
Ogni amor proprio o egoismo di fronte alle proprie opinioni deve scomparire.
Quando le cinque qualità fin qui menzionate sono conquistate dall'anima, se ne stabilisce del tutto spontaneamente un'altra: l'equilibrio interiore, l'armonia delle forze spirituali.
L'uomo deve trovare in sé un centro di gravità spirituale che gli conferisca stabilità e sicurezza di fronte a tutto ciò che nella vita lo travolge ora da una parte ora dall'altra.
Non bisogna certo evitare di partecipare a ogni esperienza e di lasciar agire su di sé tutte le cose.
Non è giusto fuggire davanti ai fatti, a volte contraddittori, della vita; al contrario, è giusto abbandonarsi completamente alla vita, conservando comunque un equilibrio interiore e un'armonia saldi.
È importante, infine, per il «cercatore» la volontà di libertà.
Questa volontà è propria di chi, per ogni cosa che compie, trova fondamento e sostegno in sé stesso; ed è tanto difficile da acquisire, perché richiede di trovare il giusto equilibrio tra l'aprire il proprio animo a tutto ciò che è buono e grande e il contemporaneo rifiuto di ogni costrizione.
È facile dire che l'accogliere un influsso dall'esterno non è in armonia con la libertà.
Ma ciò che importa è che le due cose si accordino nell'anima.
Se qualcuno mi comunica qualcosa e io lo accolgo sotto l'imperio della sua autorità, allora non sono libero.
Lo sono altrettanto se mi chiudo al bene che potrei ricevere.
Infatti, in tal caso, ciò che di non buono io porto nella mia anima esercita su di me una coercizione.
Per quanto riguarda la libertà, non è importante solo il fatto di non essere costretti da un'autorità esterna, ma di non essere costretti dai nostri pregiudizi, opinioni, sensazioni e sentimenti.
La cosa giusta non è assoggettarsi ciecamente a ciò che si riceve, ma lasciarsene stimolare e accoglierlo spassionatamente per seguirlo liberamente.
L'autorità di un altro deve agire in modo che possiamo dire a noi stessi: «Io mi rendo libero proprio seguendo il buono che egli mi offre, facendomelo mio».
Un'autorità fondata sulla scienza dello spirito non vuole agire altrimenti; essa dà ciò che ha da dare, non per acquistare un potere su chi riceve, ma solo perché quest'ultimo, mercé quel dono, divenga più ricco e più libero.
L'importanza delle qualità indicate è stata già ampiamente trattata in precedenza a proposito dei «fiori di loto», mostrando le relazioni con lo sviluppo del fiore a dodici petali nella regione del cuore e delle correnti del corpo eterico a esso associate (*).
Invece, da quanto detto, risulta che queste qualità hanno essenzialmente l'ufficio di risarcire il corpo del discepolo delle forze che di solito lo avvantaggiano durante il sonno e che ora, a causa dello sviluppo occulto, gli mancano.
Sotto l'azione di tutto ciò si sviluppa la conoscenza immaginativa.
È impossibile fare veri progressi nella penetrazione dei mondi superiori senza passare attraverso i gradini della conoscenza immaginativa.
Questo non significa, però, che l'uomo debba necessariamente rimanere fermo per un certo tempo al gradino dell'immaginazione, come se si trattasse di fare l'intera classe di una scuola.
In certi casi questo può essere necessario, ma non sempre. Questo dipende da quanto il discepolo ha sperimentato prima di iniziare la disciplina occulta.
Nel corso di questa nostra trattazione vedremo come l'ambiente spirituale del discepolo sia importante a tale riguardo e come, secondo il rapporto con l'ambiente spirituale, si possano perfino fondare differenti metodi del «sentiero della conoscenza».
Quando si intraprende la via dell'iniziazione, può essere straordinariamente importante sapere quanto segue, non solo come una teoria interessante, ma anche come qualcosa da cui si potranno trarre i più svariati punti di vista pratici, se si vuole davvero vincere la prova del «sentiero della conoscenza superiore».
Spesso si sente dire da persone che aspirano a un'evoluzione superiore: «Vorrei perfezionarmi spiritualmente, vorrei sviluppare in me l'uomo superiore, ma non desidero affatto avere delle manifestazioni del mondo astrale».
Ciò è comprensibile se si considerano le descrizioni che di tale mondo si trovano in certi libri.
In tali testi si parla di esseri e di manifestazioni che possono mettere l'uomo in pericolo.
Si dice che, sotto l'influsso di quegli esseri, l'uomo può danneggiare facilmente le proprie attitudini morali e la propria sanità intellettuale.
Si fa capire al lettore che, in questo campo, il confine tra il "sentiero buono" e il "sentiero cattivo" è sottile come una tela di ragno e che c'è il pericolo di cadere in abissi insondabili e di precipitare nell'abiezione più completa.
È fuori dubbio che tali affermazioni sono fondate.
Eppure, la posizione che in molti casi si assume nei confronti della disciplina occulta non è affatto giusta.
L'unico punto di vista possibile è che la paura dei pericoli non deve impedire a nessuno di intraprendere la via della conoscenza superiore, ma che, in tutti i casi, bisogna fare in modo che i pericoli possano essere superati.
Spesso, un uomo che chiede a un maestro occulto indicazioni su come seguire il «sentiero», riceve prima di tutto il consiglio di attendere ancora e di attraversare, prima di intraprendere il percorso, esperienze della vita abituale o di imparare cose che si possono acquistare nel mondo fisico.
In tal caso, sarà compito del maestro occulto indicare all'uomo che cerca la giusta direzione per fare esperienze e imparare le cose in questione.
Nella maggior parte dei casi, il maestro procederà proprio in questo modo.
Se il discepolo presta sufficiente attenzione a ciò che gli accade dopo essersi messo in rapporto col maestro, potrà osservare fatti più svariati.
Scoprirà che, come per caso, avrà esperienze e osservazioni a cui certamente non sarebbe stato esposto senza il collegamento col maestro.
Se spesso i discepoli non osservano queste cose e divengono impazienti, ciò dipende solo dal fatto che non dedicano alle loro esperienze la necessaria attenzione.
Non bisogna credere assolutamente che l'azione del maestro occulto sul discepolo si estrinsechi in «giochetti di prestigio» e «arti magiche» distintamente percepibili.
La sua azione è assolutamente intima e chiunque voglia investigarne la natura e l'essenza senza aver già raggiunto un certo grado di disciplina occulta, cadrà certamente in errore.
In ogni caso, il discepolo danneggia sé stesso se si spazientisce per il fatto di essere sottoposto a un periodo di «attesa».
Questo non gli impedisce di fare progressi, anzi, li accelera. Se iniziasse troppo presto la disciplina alla quale aspira, spesso con tanta impazienza, invece, ne rallenterebbe il ritmo.
Se il discepolo lascia che il «periodo di attesa», o gli altri cenni o consigli del maestro occulto, agiscano su di lui nel modo giusto, si prepara effettivamente a superare le prove e i pericoli che incontra quando affronta il gradino, per lui inevitabile, dell'immaginazione.
Questo gradino è inevitabile, perché chiunque, senza averlo attraversato, cerchi un collegamento col mondo spirituale, può trovarlo solo inconsciamente, sicché è condannato a brancolare nel buio.
È possibile, senza raggiungere l'immaginazione, sviluppare un oscuro sentimento di quel mondo superiore, ma non si può in tal modo giungere a una vera conoscenza, in piena coscienza e limpida, luminosa e chiara.
Perciò, è una mera illusione proclamare che non occorrono rapporti con i «mondi inferiori» (astrale e devachanico) e che l'uomo non ha bisogno d'altro che di «risvegliare il Dio in sé».
Se uno tende a questo e se ne appaga, va lasciato in pace; e, infatti, l'occultista si guarderà bene dal dissuaderlo.
Il vero occultismo, però, non ha nulla a che fare con quest'aspirazione e non invita direttamente alcuno a diventare discepolo della disciplina occulta.
Ma in colui che la cerca non si vuole destare solo un oscuro sentimento di «esser fatto a immagine di Dio», ma si cerca di aprirgli gli occhi spirituali su ciò che esiste realmente nei mondi superiori.
Certo, il «Sé divino» è presente in ogni uomo. Ma è contenuto in ogni essere.
Il «Sé divino» è contenuto e opera anche nella pietra, nella pianta e nell'animale.
L'importante, però, non può essere il sentirlo e saperlo in modo generico, ma l'entrare in un rapporto reale con le manifestazioni di questo «Sé divino».
Come chi è in grado solamente di ripetere: «Questo mondo contiene in sé celato il 'Sé divino', così chi cerca il 'divino regno degli spiriti' solo in una generalità indistinta ed evanescente non sa nulla dei mondi superiori.
Dobbiamo aprire gli occhi e contemplare la manifestazione della Divinità nelle cose del mondo fisico, nella pietra, nella pianta, ecc., e non solo affermare, come in sogno, che in fondo tutto ciò non è altro che «fenomeno» e che la vera figura di Dio sta «nascosta dietro».
No, Dio si rivela nelle sue creazioni e chi vuole conoscerlo deve imparare a conoscere l'essenza di quelle creazioni.
Perciò, se si vuole imparare a conoscere il «divino», bisogna anche imparare a contemplare ciò che vive e avviene nei mondi superiori.
La consapevolezza che in noi vive l’«uomo divino» può tutt'al più costituire un inizio; se vissuto nel modo giusto, può diventare lo stimolo per salire davvero nei mondi superiori.
Questo, però, è possibile solo se si educano in sé i «sensi» o gli organi spirituali adeguati.
Ogni altro atteggiamento si arresta senz'altro al punto di vista: "Io voglio rimanere quale sono e raggiungere solo ciò che mi è possibile raggiungere in quanto tale".
Il punto di vista dell'occultismo è invece quello di diventare un uomo diverso da ciò che si è, allo scopo di poter vedere e sperimentare qualcos'altro che non sia il mondo solito.
A questo scopo è appunto necessario passare attraverso la conoscenza immaginativa.
Abbiamo già detto che non è necessario rimanere per tutto l'anno scolastico in questo grado di immaginazione.
Questo significa che, specialmente nella nostra vita attuale, ci sono persone che hanno già questa preparazione e che il maestro occulto può suscitare in loro, contemporaneamente o quasi, la conoscenza ispirata e intuitiva.
Questo non significa però che il passaggio attraverso l'immaginazione possa essere risparmiato a qualcuno.
Nell'Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?
È già stata accennata la ragione del pericolo che la conoscenza immaginativa presenta.
Questo perché, entrando in quel mondo, l'uomo in un certo senso perde il terreno sotto i piedi.
Quello che gli dà stabilità nel mondo fisico gli sfugge completamente.
Se in questo mondo fisico percepiamo qualcosa, ci chiediamo: da dove proviene questa percezione?
Solitamente, lo si fa in modo inconscio.
Ma, appunto, «inconsciamente», ci si rende conto che le cause delle percezioni sono gli oggetti «fuori nello spazio».
I colori, i suoni, gli odori emanano da tali oggetti.
Non si vedono colori liberamente aleggianti né si odono suoni senza che sia possibile renderci conto a quali oggetti questi colori e i suoni siano aderenti come qualità e da quali oggetti provengano.
Questa consapevolezza che gli oggetti e gli esseri causano le percezioni fisiche fornisce loro, e insieme all'uomo stesso, un saldo e sicuro sostegno.
Se qualcuno ha percezioni senza una causa esteriore, allora si parla di condizioni anormali e patologiche.
Tali percezioni prive di causa sono chiamate illusioni, allucinazioni e visioni.
Ora, considerando il mondo immaginativo in modo esteriore, esso consiste di tali allucinazioni, visioni e illusioni.
Nel mio libro citato poco fa è stato mostrato come, per mezzo della disciplina occulta, è possibile generare artificialmente siffatte visioni, ecc.
Concentrando la coscienza su un seme o una pianta che sta appassendo, si evocheranno dinanzi all'anima determinate figure che, per il momento, non sono che allucinazioni.
È da considerarsi un'allucinazione quella fiamma di cui si è detto là che può apparire nell'anima quando si contempla una pianta o altro, e che, dopo qualche tempo, si stacca completamente dalla pianta.
Ciò può avvenire ulteriormente nella disciplina occulta, quando si penetra nel mondo dell'immaginazione.
Quello che solitamente, per noi, partiva dalle cose «nello spazio», o aderiva ad esse come qualità: colori, odori, suoni, ecc., ora aleggia liberamente nello spazio.
Le percezioni si staccano dagli oggetti esteriori e aleggiano liberamente nello spazio, volteggiando in esso.
E, nel frattempo, si sa molto esattamente che non sono gli oggetti che si hanno dinanzi a produrre quelle percezioni, ma che siamo noi stessi la causa di esse.
Perciò si prova l'impressione di «aver perduto il terreno sotto i piedi».
Nella vita ordinaria, sul piano fisico, dobbiamo fare in modo che le nostre rappresentazioni provengano effettivamente dalle cose e non siano, per così dire, «senza base e senza ragione».
Ma per produrre la conoscenza immaginativa è necessario avere, anzitutto, colori, suoni, odori, ecc., completamente staccati da tutti gli oggetti, che «aleggino liberamente nello spazio».
Il passo successivo nella conoscenza immaginativa consiste nel trovare una nuova «base e ragione» per le rappresentazioni divenute autonome.
Ciò deve avvenire nel nuovo mondo che sta per manifestarsi.
Saranno nuovi oggetti e nuovi esseri a impossessarsi di quelle rappresentazioni.
Ad esempio, nel mondo fisico il colore azzurro è «attaccato» a un fiordaliso.
Anche nel mondo immaginativo quel colore non deve restare «liberamente aleggiante».
Esso, per così dire, fluisce infatti verso un'entità e, mentre prima era autonomo e privo di padrone, ora diventa l'espressione di un'entità.
Attraverso di esso qualcosa parla all'osservatore, qualcosa che egli può appunto percepire solo nel mondo immaginativo.
Così le rappresentazioni «liberamente aleggianti» si raccolgono intorno a centri dati precisi.
Attraverso di essi, ci si accorge che parlano a noi degli esseri. Come nel mondo fisico, oggetti ed esseri corporei sono caratterizzati da colori, odori, suoni, ecc., ora, attraverso di essi si esprimono «esseri spirituali».
Questi «esseri spirituali» sono sempre presenti, aleggiano costantemente intorno all'uomo, ma non possono rivolgersi a lui se egli non ne offre loro l'occasione.
Questa occasione può essere colta solo suscitando in sé la facoltà di far emergere davanti alla propria anima suoni, colori, ecc., anche quando questi non sono causati da nessun oggetto fisico.
1. «Fatti e esseri spirituali» sono del tutto diversi da «oggetti ed esseri» del mondo fisico.
Non è facile trovare, nel linguaggio comune, un'espressione che caratterizzi, anche solo approssimativamente, tale differenza.
Forse la cosa si avvicina di più alla verità dicendo che, nel mondo immaginativo, ogni cosa parla all'uomo come se fosse intelligente in senso immediato, mentre nel mondo fisico anche l'intelligenza può manifestarsi solo attraverso la corporeità fisica.
Questo produce la mobilità e la libertà del mondo immaginativo, ovvero il fatto che manca l'anello intermedio degli oggetti esteriori e che l'elemento spirituale si estrinseca immediatamente nei colori, nei suoni, ecc., liberamente aleggianti.
Ora, il pericolo che minaccia l'uomo da parte di questo mondo sta nel fatto che percepisce le manifestazioni degli «esseri spirituali». ma non gli esseri stessi.
Ciò avviene finché l'uomo si limita a vivere nel mondo immaginativo e non si spinge oltre.
Solo l'ispirazione e l'intuizione lo conducono gradualmente fino a quegli esseri stessi.
Ma se il maestro occulto volesse prematuramente destare questi ultimi senza prima introdurre a fondo il discepolo nella sfera immaginativa, il mondo superiore avrebbe per lui soltanto un'esistenza di ombre e fantasmi.
Se il discepolo non viene prima introdotto a fondo nella sfera immaginativa, tutta la splendida ricchezza d'immagini in cui esso deve rivelarsi, se veramente si ha da penetrarvi, andrebbe perduta.
È per questo motivo che il discepolo ha bisogno di una "guida".
Per il discepolo, il mondo immaginativo è prima di tutto solo un «mondo di immagini», di cui egli ignora in massima parte il significato.
Ma il maestro occulto conosce il significato delle immagini in un mondo ancora superiore.
Se il discepolo ha fiducia in lui, può sapere che, in futuro, gli si manifesteranno concatenazioni che egli ancora non può scorgere.
Nel mondo fisico, gli oggetti stessi nello spazio gli erano di guida; egli poteva saggiare la giustezza delle sue rappresentazioni. La realtà corporea è lo «scoglio» contro il quale tutte le allucinazioni e le visioni devono infrangersi.
Questo scoglio scompare in un abisso quando si entra nel mondo immaginativo.
Perciò deve subentrare la «guida» che funge da «scoglio».
Di fronte a ciò che il maestro è in grado di offrire al discepolo, questi deve percepire la realtà del nuovo mondo.
Questo permette di valutare quanto grande deve essere la fiducia nella «guida» in ogni disciplina occulta che si rispetti.
Se viene meno la possibilità di credere nella guida, nel mondo spirituale avviene qualcosa di simile a ciò che, nel mondo fisico, sarebbe l'essere improvvisamente privati di tutto ciò su cui si fondava la sicurezza delle proprie percezioni.
Oltre a questo, c'è un altro motivo per cui l'uomo potrebbe essere piombato nella confusione se volesse addentrarsi nel mondo immaginativo senza una guida.
Infatti, il discepolo impara innanzitutto a conoscere sé stesso.
Nella vita fisica, l'uomo ha sentimenti, brame, desideri, passioni, rappresentazioni, ecc.
Questi vengono causati tutti dalle cose e dalle entità del mondo esterno, ma l'uomo sa esattamente che formano il suo mondo interiore e distingue dagli oggetti del mondo esterno ciò che si svolge nella sua anima.
Ma non appena si risveglia il senso immaginativo, questa capacità di distinguere scompare completamente.
I suoi sentimenti, le sue passioni e le sue rappresentazioni, ecc., escono letteralmente da lui, prendono forma, colore e suono; ed ora egli sta loro di fronte come nel mondo fisico sta di fronte a oggetti ed esseri che gli sono del tutto estranei.
Se si rammenta ciò che è stato detto nel capitolo Alcuni effetti dell'iniziazione del libro Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, si potrà comprendere come la confusione possa diventare completa.
Là è descritto appunto il modo in cui il mondo immaginativo si presenta all'osservatore, e cioè tutto rovesciato, come in uno specchio.
Ciò che proviene dall'uomo stesso sembra provenire dall'esterno.
Un desiderio che egli nutre si trasforma in una figura, ad esempio nella figura di un animale dall'aspetto fantastico o di un essere simile a un uomo.
Questo ha l'aria di volerlo aggredire, di muovere all'assalto contro di lui o anche di spingerlo a compiere questo o quello.
All'uomo può quindi sembrare di essere circondato da un mondo fantastico che gli si para davanti, a volte affascinante e seducente, a volte anche raccapricciante.
In realtà, quel mondo non è altro che la proiezione dei suoi pensieri, desideri e passioni, trasformati in immagini.
Sarebbe un errore credere che sia facile discernere tra questo «sé» trasformato in immagini e il vero mondo spirituale.
Per il discepolo, è addirittura impossibile fare questa distinzione a prima vista.
Infatti, la stessa immagine può provenire sia da un essere spirituale che parla all'uomo, sia da qualcosa dentro l'anima.
Se l'uomo ha troppa fretta, si espone al pericolo di non imparare mai a separare giustamente le due cose.
In questo caso è consigliabile la massima cautela.
La confusione aumenta ancora di più quando i desideri e le brame della propria anima si rivestono di immagini aventi un carattere diametralmente opposto a ciò che realmente sono.
Supponiamo, ad esempio, che la vanità si rivesta di un'immagine.
Potrebbe presentarsi come una figura attraente che promette cose meravigliose se si fa ciò che suggerisce.
Tali suggerimenti sembrano prospettare qualcosa di assolutamente buono e desiderabile, ma se li seguiamo, precipiteremo nella rovina morale o in un'altra forma di miseria.
Al contrario, una qualità positiva dell'anima può assumere una veste non attraente.
Solo chi è davvero esperto può avere discernimento in proposito; solo chi persegue con fermezza una meta giusta può resistere alle arti seduttrici delle proprie immagini animiche.
Considerando tutto ciò, si riconoscerà quanto sia necessaria la guida di un maestro che, con un sicuro senso, richiami l'attenzione del discepolo su ciò che in questo campo è illusione e su ciò che è verità.
Ma non bisogna pensare che questo maestro debba stare dietro allo scolaro.
Per lo scolaro, ciò che conta non è la vicinanza spaziale con il maestro.
Certo, vi sono momenti in cui tale vicinanza è desiderabile e altri in cui è assolutamente necessaria.
D'altro canto, il maestro occulto trova anche i mezzi per restare in contatto con il discepolo anche se sono spazialmente lontani.
Inoltre, in questo campo, molte cose che avvengono durante il colloquio tra maestro e discepolo continuano a influenzare il rapporto anche dopo mesi e forse anni.
Tuttavia, c'è una cosa che può rompere il legame necessario tra maestro e discepolo: la perdita della fiducia da parte di quest'ultimo nel maestro.
Questo vincolo di fiducia è particolarmente dannoso se si scioglie prima che lo scolaro abbia imparato a distinguere i miraggi della propria anima dalla vera realtà.
Ora, si potrebbe obiettare che se il discepolo stabilisce un simile legame con il maestro, perde ogni libertà e indipendenza, si mette totalmente nelle sue mani.
No, in realtà non è così.
Vi sono certamente differenze tra i diversi metodi di sviluppo occulto riguardo alla dipendenza dal maestro, che può essere maggiore o minore.
È massima nel metodo che veniva seguito dagli occultisti d'Oriente e che ancora oggi viene insegnato da loro.
Nella cosiddetta iniziazione cristiana, invece, questa dipendenza da un'altra persona esiste in misura molto minore.
È totalmente soppressa, invece, in quel «sentiero della conoscenza» che viene insegnato nelle scuole occulte dei Rosacroce dal XIV secolo in poi.
Nel metodo rosicruciano non entra in gioco nulla che possa turbare un uomo moderno nel suo sentimento di libertà.
Non è detto che nell'Europa moderna non ci sia qualcuno che non possa seguire la via orientale o quella antica cristiana come discepolo, sebbene quella rosicruciana sia, al momento, la più naturale e tutt'altro che non cristiana.
Un uomo può percorrerla senza mettere affatto in pericolo la propria fede cristiana e può percorrerla persino chi ritenga di possedere pienamente la concezione moderna scientifica del mondo.
Un'altra cosa merita una spiegazione.
Ci si potrebbe chiedere se non sia possibile risparmiare al discepolo la tentazione dei miraggi ingannevoli della sua anima.
Se gli fosse risparmiata, non raggiungerebbe mai quella indipendenza di discernimento che gli è tanto desiderabile.
Nulla può rendere la peculiare natura del mondo immaginativo più evidente dell'osservazione della propria anima.
L'uomo conosce la vita interiore della propria anima, anzitutto, da un lato.
È immerso in essa.
Il discepolo deve imparare a guardare le cose non solo dall'esterno, ma come se in ciascuna di esse egli stesse immerso.
Ora, quando il suo mondo interiore di pensieri gli si presenta come qualcosa di estraneo, egli impara a conoscere una cosa che già conosce da un altro punto di vista.
In un certo senso, egli stesso deve diventare il primo esempio di una tale conoscenza.
Il mondo fisico lo ha abituato a qualcosa di completamente diverso: qui egli scorge tutte le cose sempre solo dall'esterno e sperimenta dall'interno solo se stesso.
Finché rimane nel mondo fisico, non può mai guardare oltre la superficie delle cose: né può uscire da sé stesso, dalla propria pelle, per osservarsi dall'esterno.
Questo è il primo compito nella disciplina occulta e con l'aiuto di esso il discepolo impara poi a contemplare dietro la loro superficie anche i fatti e gli esseri esteriori.
Dalla descrizione dell'immaginazione si evince che, grazie a essa, il discepolo occulto abbandona il terreno delle esperienze sensibili esteriori.
Questo avviene ancora a un livello più elevato nell'ispirazione.
In questa, ancora molto meno che in quella, alla base della rappresentazione sta ciò che si può chiamare uno stimolo esterno. Qui l'uomo deve trovare in sé stesso la forza che gli permette di formarsi delle rappresentazioni delle cose.
Deve essere attivo interiormente a un livello ancora più alto rispetto alla conoscenza delle cose esterne.
In questa, egli si abbandona semplicemente alle impressioni dall'esterno, che gli producono le sue rappresentazioni.
Questo modo di abbandonarsi cessa nell'ispirazione; non vi sono più occhi che trasmettano colori, né orecchi che trasmettano suoni, e così via.
Tutto il contenuto delle rappresentazioni deve essere creato per attività propria, per mezzo di processi puramente animico-spirituali.
In ciò che l'uomo crea così, per mezzo della sua attività interiore, deve imprimersi la rivelazione del mondo superiore reale.
Una singolare contraddizione sembra emergere da una simile descrizione della conoscenza superiore.
Da un lato, l'uomo deve essere in certo modo il creatore delle sue rappresentazioni; dall'altro, è evidente che queste rappresentazioni non sono creazioni proprie dell'uomo, bensì il tramite attraverso cui i processi del mondo superiore si manifestano come, nelle percezioni degli occhi, degli orecchi, ecc. fisici, si esprimono i processi del mondo inferiore.
Questa contraddizione è tuttavia insita nella descrizione di questo modo di conoscenza.
Perché ciò che il discepolo deve acquisire sulla via dell'ispirazione è la capacità di creare, per mezzo della propria attività interiore, qualcosa a cui nella vita ordinaria è costretto dal mondo esterno.
Perché nella vita ordinaria le rappresentazioni non si svolgono in modo arbitrario?
Perché nella rappresentazione l'uomo deve conformarsi agli oggetti esteriori.
Ogni arbitrio dell’«Io» viene eliminato, perché sono gli oggetti stessi a indicare come sono fatti.
Sono gli oggetti stessi a determinare come devono essere rappresentati; l'«Io» non ha nulla da decretare in proposito.
Chi non volesse adeguarsi alle cose, finirebbe per formare delle rappresentazioni errate e presto si renderebbe conto di quanto sia difficile orientarsi nel mondo in questo modo.
Si può definire come priva di egoismo la condotta necessaria dell'uomo nei confronti delle cose del mondo esterno, in ambito conoscitivo.
L'uomo deve comportarsi in modo disinteressato di fronte alle cose e il mondo esterno è il suo maestro in questo.
Esso gli toglie ogni illusione, fantasticheria o giudizio illogico in contrasto con la realtà dei fatti, in quanto gli pone davanti ai sensi la sua vera immagine.
Se l'uomo vuole prepararsi all'ispirazione, deve portare la sua interiorità al punto che questo disinteresse o mancanza di egoismo diventi proprio anche quando nulla ve lo costringa dall'esterno.
Deve imparare a creare interiormente in modo che, nel creare, il suo «io» non abbia la minima parte egoistica o arbitraria.
Le difficoltà che si incontrano per raggiungere un tale atteggiamento divengono tanto più chiaramente visibili quanto più si considerano le forze animiche che entrano in gioco, in particolare, nell'ispirazione.
Nella vita dell'anima si distinguono tre forze fondamentali: rappresentare, sentire e volere.
Nella conoscenza sensibile, le rappresentazioni sono suscitate dagli oggetti esterni.
Attraverso queste rappresentazioni, anche il sentire e il volere ricevono le loro determinazioni.
L'uomo, ad esempio, vede un oggetto; questo gli dà piacere e, in seguito a questo, egli brama l'oggetto in questione.
Il piacere risiede nel sentimento, che a sua volta eccita il volere, come in precedenza il sentimento aveva ricevuto la sua impronta dalla rappresentazione.
Tuttavia, la ragione ultima del rappresentare, sentire e volere risiede nell'oggetto esterno.
Un altro esempio: un uomo sperimenta una certa vicenda che gli incute paura.
Egli fugge dal luogo dove l'avvenimento si è svolto.
Anche in questo caso, i processi esterni sono la prima causa; essi vengono percepiti attraverso i sensi, diventano rappresentazioni e suscitano il sentimento della paura. La volontà, che si realizza nella fuga, ne è la conseguenza.
Nell'ispirazione, ogni oggetto esteriore scompare.
I sensi non entrano in gioco per percepire, quindi non possono fungere da stimolo per rappresentazioni.
Da questo lato non viene esercitata alcuna influenza sul sentire e sul volere.
Ma nell'ispirazione è precisamente dal sentire e dal volere che germogliano interiormente le rappresentazioni e ne nascono, per così dire, come da una matrice.
Le rappresentazioni saranno vere quando la matrice sarà sana; saranno false e illusorie quando essa sarà malata.
Come è certo che le ispirazioni che scaturiscono da un sentire e volere sani possono essere rivelazioni di un mondo superiore, così è certo che da un sentire e volere impuro e sregolato scaturiranno errori, inganni e fantasticherie intorno al mondo spirituale.
Perciò la disciplina occulta si prefigge l'obiettivo di indicare agli uomini i mezzi adeguati e appropriati per rendere il loro sentire e volere sani e fecondi per l'ispirazione.
Come in tutti gli altri aspetti della disciplina occulta, anche qui si tratta di un regolamento e di una configurazione intima della vita dell'anima.
Bisogna sviluppare, innanzitutto, certi sentimenti che nella vita di tutti i giorni si conoscono solo in modo limitato.
Tra i più importanti, vi è un'intensificata sensibilità di fronte al vero e al falso, al giusto e allo sbagliato.
Anche gli altri uomini hanno tali sentimenti, ma nel discepolo dell'occultismo essi devono essere sviluppati a un grado molto più alto.
Supponiamo che qualcuno commetta un errore logico: un altro lo riconosce e lo corregge.
In tale correzione hanno parte grandissima l'intelletto e il giudizio, mentre il sentimento di gioia è scarso se la cosa è giusta e di dolore se è errata.
Naturalmente, non si vuole affermare che d'ordinario questa gioia e questo dolore manchino totalmente.
Tuttavia, il grado in cui questi sentimenti sono presenti nella vita di tutti i giorni deve aumentare all'infinito per il discepolo dell'occultismo.
Deve dedicarsi sistematicamente all'analisi della propria sfera emotiva, fino al punto in cui un errore di logica gli provochi una sofferenza non inferiore a quella fisica e in cui ciò che è «giusto» gli procuri vera gioia e piacere.
Dunque, mentre per gli altri si agitano solo l'intelletto e il razionalismo, il discepolo deve imparare a sperimentare tutta la scala dei sentimenti, dal dolore fino all'entusiasmo, dalla tensione penosa fino alla gioiosa liberazione per la verità conquistata.
Inoltre, deve imparare a provare un sentimento di odio verso ciò che l'uomo normale sperimenta freddamente come un «errore»; deve sviluppare in sé un amore per la verità che abbia un carattere assolutamente personale, altrettanto personale e intenso quanto l'amore che un amante prova per l'amata.
Certo, tra le persone "colte" si sente spesso parlare di "amore per la verità", ma ciò a cui si riferiscono queste parole non è affatto paragonabile a ciò che il discepolo deve sperimentare in sé, nella calma del lavoro interiore.
Egli deve porsi di fronte a questa o quella «verità» o «non verità» con pazienza, come una prova, e sperimentarla in prima persona per non esercitare solo il suo giudizio intellettuale che freddamente distingue tra «vero» e «falso», ma per acquisire un rapporto del tutto personale con tutto ciò.
All'inizio di tale disciplina, è certamente vero che l'uomo può cadere in ciò che si può chiamare «ipersensibilità».
Un giudizio errato che sente fare intorno a sé, un'incongruenza, ecc., possono procurargli un dolore quasi insopportabile.
Perciò è necessario sorvegliare con cura la situazione, altrimenti potrebbero derivarne gravi pericoli per l'equilibrio interiore del discepolo.
Se si bada però a che il carattere resti fermo, possono svolgersi delle tempeste nella vita dell'anima, eppure l'uomo in questione avrà la forza di vivere di fronte al mondo con aspetto armonico e con gesto pacato.
Si cadrebbe invece in errore ogni volta in cui il discepolo si sentisse in contrasto con il mondo esterno in modo da sentirlo come insopportabile o persino da volerlo fuggire.
Il mondo superiore dei sentimenti non deve svilupparsi a scapito di un equilibrato agire e lavorare nel mondo esterno; pertanto, all'intensificazione della vita interiore del sentimento deve corrispondere un rafforzamento della resistenza alle impressioni.
Una disciplina occulta che preveda esercizi per lo sviluppo dei sentimenti non consiglierà mai di intraprenderli senza indicare al tempo stesso quanto occorre sviluppare in sé per comprendere ciò che la vita richiede dall'uomo in termini di tolleranza verso gli altri.
Mentre egli sentirà il più vivo dolore per il giudizio errato espresso da un uomo, dovrà essere, al tempo stesso, perfettamente tollerante verso quell'uomo, pensando che egli deve giudicare così e che di tale giudizio va tenuto conto come di un fatto.
È vero però che l'interiorità del discepolo si trasformerà sempre più in una doppia esistenza.
Nel suo pellegrinaggio attraverso la vita, nell'anima sua si svolgeranno processi sempre più ricchi e un secondo mondo vivrà in lui, sempre più indipendentemente da ciò che gli impone il mondo esteriore.
Questa doppia vita sarà feconda per la vera vita pratica.
Questo gli conferirà prontezza di giudizio e sicurezza nelle decisioni.
Mentre un altro, che non si sottopone a tale disciplina, deve percorrere lunghi giri di pensiero e tergiversa a lungo prima di riuscire a prendere una decisione, il discepolo occulto abbraccia rapidamente le situazioni e scopre in un momento i nessi nascosti allo sguardo ordinario.
Spesso gli occorrerà molta pazienza per assistere al lento processo di comprensione di un'altra persona, mentre in lui tale comprensione avviene con la celerità del lampo.
Finora abbiamo menzionato solo le qualità che la vita del sentimento deve acquisire affinché l'ispirazione possa manifestarsi nel modo giusto.
Un'altra questione è: come possono i sentimenti diventare fruttuosi, generando rappresentazioni reali appartenenti al mondo dell'ispirazione?
Se vogliamo comprendere la risposta che la scienza occulta ha da offrire a questa domanda, dobbiamo sapere che la vita psichica dell'uomo contiene un tesoro di sentimenti che vanno oltre la misura di quelli suscitati in noi dalle percezioni sensoriali.
L'uomo, per così dire, percepisce più di quanto gli è possibile sperimentare.
Nella vita di tutti i giorni, questo surplus viene utilizzato in un modo che la disciplina occulta deve trasformare.
Prendiamo, ad esempio, il sentimento di angoscia e di paura.
In molti casi, la paura o l'angoscia sono più grandi di quanto sarebbero se fossero totalmente adeguate a un processo esteriore corrispondente.
Immaginiamo che il discepolo lavori energicamente su se stesso per riuscire a non provare mai, in nessuna situazione che la vita gli riserverà, una paura o un'angoscia maggiori di quelle che è realmente giustificato provare in quel determinato caso.
Ora, la paura e l'angoscia sono sempre accompagnate dal consumo di una certa quantità di forza animica, forza che viene persa per il fatto di generare quei sentimenti.
Il discepolo risparmia dunque realmente dell'energia animica se si impegna a non provare paura e angoscia; può quindi distribuirla in altro modo.
Se il discepolo ripete spesso tale procedimento, le forze animiche risparmiate si accumuleranno in lui e formeranno un tesoro interiore dal quale il discepolo potrà attingere i germi di rappresentazioni che gli permetteranno di esprimere le rivelazioni della vita superiore.
Cose simili non si possono "dimostrare". Si può solo consigliare al discepolo di fare questo o quello, e se egli seguirà l'indicazione, vedrà da sé gli infallibili risultati.
A un'osservazione imprecisa di quanto abbiamo detto, potrebbe facilmente apparire contraddittorio da un lato esigere un arricchimento del sentimento, col suscitare gioia, dolore, ecc. a mezzo di cose che di solito provocano solo il giudizio intellettuale, e dall'altro lato incitare al risparmio in fatto di sentimenti.
Tale contraddizione svanisce subito se si considera che il risparmio deve essere fatto per i sentimenti suscitati dai sensi esteriori.
È proprio ciò che qui viene risparmiato che si rivela come arricchimento nelle esperienze spirituali.
È assolutamente vero che i sentimenti, risparmiati di fronte al mondo delle percezioni sensibili, non solo diventano liberi nell'altro campo, ma vi si dimostrano produttivi, in quanto creano il materiale per rappresentazioni in cui si rivela il mondo spirituale.
Naturalmente, non si sarebbe fatto ancora un gran passo, se ci si volesse fermare ai risparmi di cui abbiamo parlato.
Per ottenere risultati più elevati, è necessario fare qualcosa in più.
Bisogna arricchire l'anima di una forza di sentimento molto maggiore di quella che si può ottenere in questo modo.
Ad esempio, bisogna esporsi, come prova, a determinate impressioni esteriori e vietarsi del tutto i sentimenti che ne verrebbero suscitati nello «stato normale».
Per esempio, dovremmo esporci a un avvenimento che «normalmente» eccita l'anima e vietarci totalmente tale eccitazione.
Si può fare sia nella realtà, sia immaginando l'avvenimento.
Per la disciplina occulta, quest’ultimo caso è persino migliore. Poiché il discepolo, prima della sua preparazione all'ispirazione o contemporaneamente, viene iniziato all'immaginazione, deve essere in grado di porsi di fronte all'anima un avvenimento con la stessa forza e intensità come se esso fosse realmente presente.
Se dunque, in un lungo lavoro interiore, ci si dedica sempre di nuovo a ricevere impressioni da cose e processi, vietandosi di provarne i corrispondenti sentimenti «normali», nella propria anima si crea il terreno propizio all'ispirazione.
Notiamo incidentalmente che chi descrive una tale preparazione all'ispirazione può benissimo ammettere che, dal punto di vista della nostra cultura contemporanea, possano sollevarsi obiezioni in contrario.
Non solo si possono sollevare obiezioni, ma si può anche sorridere con aria di superiorità e osservare: l'ispirazione non è qualcosa che si possa educare pedantescamente; è un dono naturale del genio!
Certo, dal punto di vista della nostra cultura contemporanea, può risultare comico sentir parlare di un'educazione di qualcosa che essa non vuole assolutamente sentir spiegare; ma, così facendo, essa non si rende conto di quanto poco sappia pensare fino in fondo i propri pensieri.
Chi volesse indurre un seguace della nostra cultura a credere che un animale superiore non si sia evoluto gradualmente, ma sia venuto ad esistere «repentinamente», si sentirebbe rispondere che una persona colta del nostro tempo non può credere a un simile «miracolo», il che sarebbe semplicemente una superstizione.
Ma nel campo della vita animica, questa persona colta moderna, secondo le sue stesse opinioni, è vittima della più grossolana superstizione.
Non vuole pensare che un'anima più perfetta si sia evoluta a poco a poco e non possa essere apparsa all'improvviso come un dono della natura.
A un primo sguardo, molte cose possono apparire come genialità "nata dal nulla", ma solo alla superstizione materialistica. Lo scienziato occultista sa che una disposizione geniale che in una vita umana appare come nata dal nulla è invece semplicemente la conseguenza dell'educazione all'ispirazione avuta in una vita terrena precedente.
Nel campo teoretico la superstizione materialistica è nociva, ma lo è ancora molto di più in un campo pratico come questo.
Poiché suppone che tutti i geni futuri debbano «cadere dal cielo», non si occupa di queste «assurdità occultistiche» o «misticismi fantastici» che parlano di una preparazione all'ispirazione.
Tuttavia, la superstizione dei materialisti ostacola il vero progresso dell'umanità, impedendo lo sviluppo delle facoltà latenti nell’uomo.
Spesso, infatti, coloro che si proclamano progressisti e liberi pensatori sono nemici del vero progresso.
Questo, tuttavia, è solo un'osservazione incidentale necessaria a delineare il rapporto tra la scienza dello spirito e la cultura contemporanea.
Ora, certamente, le forze animiche che si accumulano come tesoro nell'interiorità del discepolo quando questi si vieta i sentimenti «normali» si trasformerebbero in ispirazioni anche senza che altro venisse ad aggiungersi.
Il discepolo sperimenterebbe in sé il sorgere di vere rappresentazioni che riflettono esperienze di mondi superiori.
Inizialmente, si farebbero esperienze dei processi soprasensibili più semplici e, continuando su questa strada, apparirebbero progressivamente quelle più elevate e più complesse.
In realtà, però, una tale disciplina occulta non sarebbe oggi affatto praticabile e, infatti, nessuno che proceda seriamente la segue.
Se il discepolo volesse sviluppare «dal proprio intimo» tutto ciò che l'ispirazione può offrire, perverrebbe sicuramente a «filare», attingendo a ciò che è stato detto sulla natura dell'uomo, sulla vita dopo la morte, l'evoluzione del genere umano, i pianeti, ecc.
Ci vorrebbero però periodi infiniti di tempo.
Sarebbe come se qualcuno volesse trarre da sé stesso tutta la geometria, senza considerare ciò che altri hanno già conquistato in questo campo.
Certo, in teoria sarebbe possibile; in pratica, sarebbe da stolti voler fare così.
Nella scienza occulta non si fa così, ma si chiede a un maestro di comunicarci le cose che sono state conquistate per l'umanità da ispirati precedenti.
Tale saggezza trasmessa deve costituire attualmente la base per l'ispirazione personale.
E ciò che oggi viene offerto in libri e conferenze nel campo della scienza occulta può ben costituire una tale base per l'ispirazione: gli insegnamenti sui diversi elementi costitutivi dell’uomo (corpo fisico, eterico, astrale ecc.), le conoscenze sulla vita dopo la morte fino a una nuova incarnazione e tutto ciò che è stato stampato sotto il titolo Cronaca dell'Akash.
Bisogna tenere presente che l'ispirazione è necessaria per scoprire e sperimentare da sé le verità superiori, ma non per comprenderle.
Senza ispirazione non è possibile scoprire originariamente ciò che è stato comunicato sotto il titolo di Cronaca dell'Akasha, ma se qualcuno ce lo comunica, possiamo riconoscerlo tramite il giudizio logico ordinario.
Nessuno dovrebbe affermare che in quel libro siano riportate cose che non possono essere comprese senza l'ispirazione.
Se appaiono incomprensibili, non è perché ci manca l'ispirazione, ma perché non dedichiamo loro un'adeguata riflessione.
Tali verità, una volta comunicate, suscitano nell'anima l'ispirazione per forza propria.
Per divenire partecipi di tale ispirazione, è sufficiente cercare di ricevere tali conoscenze non in modo arido e cerebralmente, ma lasciandosi completamente trasportare dall'entusiasmo per quelle idee e coinvolgendo ogni sorta di esperienze emotive.
E come sarebbe possibile?
Come potrebbe il sentimento rimanere freddo di fronte a quei meravigliosi processi spirituali attraverso i quali la Terra si è sviluppata dalla Luna, dal Sole, da Saturno, oppure quando si penetra nelle infinite profondità della natura umana attraverso la conoscenza del proprio corpo eterico, astrale, ecc.? ?
Si vorrebbe proprio dire: tanto peggio per chi è in grado di fare una riflessione a mente fredda su tali meravigliosi edifici di pensiero!
Se non li sperimentasse freddamente, ma provasse in sé tutte le tensioni e le liberazioni del sentimento che essi rendono possibili, tutti gli accrescimenti e le crisi, i progressi e i regressi, le catastrofi e le rivelazioni, allora in lui si preparerebbe il terreno propizio per l'ispirazione.
Tuttavia, è certo che si potrà vivere appieno la necessaria vita di sentimento di fronte a tali comunicazioni desunte da mondi superiori solo se si eseguiranno gli esercizi di cui si è parlato in precedenza.
Chi rivolge tutte le sue forze di sentimento al mondo della percezione esteriore dei sensi, vedrà le narrazioni del mondo superiore come «aridi concetti» e «teoria astratta».
Non riuscirà mai a capire perché, mentre ad altri le comunicazioni della scienza occulta scaldano il cuore, lui rimane freddo fino in fondo all'anima, e dirà: "Questa è tutta roba per l'intelletto, mentre io vorrei qualcosa per il sentimento".
Non si prenderà però la responsabilità del fatto che il suo cuore rimanga freddo.
Molti sottovalutano ancora la potenza di quanto è già contenuto nelle semplici comunicazioni del mondo superiore, mentre sopravalutano ogni sorta di altri esercizi e procedure.
Dicono: "A che mi serve sapere ciò che avviene nei mondi superiori se non posso vederlo di persona?".
A costoro manca la pazienza per immergersi sempre di nuovo in tali narrazioni dei mondi superiori.
Se lo facessero, vedrebbero quale forza d'accensione hanno tali "semplici narrazioni" e come l'apprendimento delle ispirazioni altrui possa stimolare davvero la propria ispirazione.
Ma nessuno dovrebbe sottovalutare l'importanza fondamentale dello «studio».
In nessun caso si può far sperare a chiunque di poter raggiungere rapidi traguardi nei mondi superiori, se non trova la forza di immergersi incessantemente nelle comunicazioni puramente narrative che persone competenti fanno dei processi e degli esseri dei mondi superiori.
Attualmente, tali comunicazioni vengono trasmesse tramite libri e conferenze, e sono stati anche accennati i primi esercizi che conducono alla conoscenza dei mondi superiori. Oggi è possibile apprendere apertamente qualcosa di ciò che in precedenza veniva comunicato solo nelle scuole occulte, rigorosamente chiuse ai profani.
Questa pubblicazione è necessaria alle condizioni del nostro tempo e deve essere fatta.
Al tempo stesso, però, va ripetuto che, nonostante le facilitazioni create per la conquista del sapere occulto, l'assistenza di un maestro occulto competente non è ancora totalmente sostituibile.
La conoscenza per mezzo dell'ispirazione guida l'uomo a sperimentare i processi che avvengono nei mondi invisibili, come, ad esempio, quelli riguardanti lo sviluppo dell'uomo, l'evoluzione della Terra e le sue incarnazioni planetarie.
Se però si vogliono considerare non solo i processi, ma anche gli esseri di quei mondi superiori, allora subentra la conoscenza dell'intuizione.
Ciò che avviene per opera di tali esseri si conosce in immagine per mezzo dell'immaginazione; per mezzo dell'ispirazione, si arrivano alle leggi e ai rapporti; ma, a chi voglia incontrare gli esseri stessi, occorre l’intuizione.
In questa sede non si è descritto il modo in cui l'ispirazione si inserisca nel mondo delle immaginazioni, pervadendole di una «musica spirituale» e diventando così il mezzo d'espressione degli esseri riconoscibili grazie all'intuizione.
Ma si è solo voluto accennare al fatto che ciò che nella scienza occulta viene designato come «intuizione» non ha nulla a che fare con l'intuizione intesa comunemente.
Con essa si suole indicare un'«idea» più o meno incerta, in contrapposizione a una conoscenza chiara e conseguente basata sull'intelletto o sulla ragione.
Nella scienza occulta, invece, l'«intuizione» non è qualcosa di oscuro o incerto, bensì un elevato modo di conoscenza pieno di luminosa chiarezza e di indubitabile sicurezza.
Come si può chiamare l'immaginazione un vedere spirituale, così l'ispirazione un udire spirituale.
Naturalmente, con il termine «udire» non s'intende una percezione paragonabile all'udito sensibile del mondo fisico, ma piuttosto una percezione ancora più lontana dall'udito immaginativo (astrale) rispetto al vedere con gli occhi fisici.
Della luce e dei colori del mondo astrale si può dire che è come se le superfici lucenti e i colori degli oggetti sensibili si staccassero da questi e aleggiassero liberi nello spazio.
Tuttavia, anche questo ne offre solo una rappresentazione approssimativa, poiché lo spazio del mondo immaginativo non è affatto uguale a quello del mondo fisico.
Chi dunque s’illudesse di avere davanti a sé immagini «immaginative» di colori, vedendo fiocchi di colore liberamente aleggianti nell'estensione spaziale ordinaria, sarebbe in errore.
Eppure, la formazione di tali rappresentazioni di colore è la via alla vita immaginativa.
Chi cerca di rappresentarsi un fiore e poi, nella sua rappresentazione, elimina tutto ciò che non è rappresentazione di colore, in modo che davanti alla sua anima aleggi un'immagine come quella della superficie colorata staccata dal fiore, può, attraverso tali esercizi, arrivare gradualmente a un'immaginazione.
Questa immagine stessa non è ancora un'immaginazione, ma un quadro della fantasia che funge più o meno da preparazione.
Diventa un'immaginazione, vale a dire una vera esperienza astrale, quando non solo il colore è totalmente staccato dall'impressione sensoria, ma si è totalmente perduta anche l'estensione spaziale tridimensionale.
Un certo sentimento ci può avvertire che è così.
Questo sentimento può essere descritto solo dicendo che non ci si sente più fuori dall'immagine colorata, ma dentro, e che si ha la consapevolezza di prendere parte al suo nascere.
Se questo sentimento non è presente, se dunque si crede di stare di fronte alla cosa come si sta di fronte a un colore sensibile, allora non si ha ancora una vera immaginazione, ma una fantasia.
Questo non significa però che tali quadri della fantasia siano affatto privi di valore.
Possono essere riproduzioni eteriche, quasi ombre, di veri fatti astrali.
E come tali, possono sempre essere utili alla disciplina occulta.
Possono fungere da ponte per le vere esperienze astrali (immaginative).
L'osservazione di tali immagini può nascondere un certo pericolo solo se, superato questo limite tra il sensibile e il soprasensibile, l'osservatore non applica pienamente il suo sano intelletto.
Non bisogna aspettarsi che qualcuno possa darci un contrassegno generale per distinguere senza dubbio, a questo limite, l'illusione, l'allucinazione, la fantasia dalla realtà.
Una regola generale di questo tipo sarebbe comoda, ma il discepolo dell'occultismo deve eliminare la «comodità» dal suo vocabolario.
Si può affermare soltanto che chi vuole acquistare chiarezza di discernimento in questo campo deve dedicarcisi già nella vita quotidiana, nel mondo fisico.
Chi nella vita quotidiana non si impegna a pensare chiaramente e acutamente, quando ascende a mondi superiori, rischia di cadere vittima di ogni sorta di illusioni.
Pensiamo a quante insidie offra la vita quotidiana al giudizio umano!
Quanto spesso accade che gli uomini non vedano chiaramente ciò che è, ma solo ciò che desiderano vedere!
In quanti casi essi credono qualcosa non perché lo abbiano riconosciuto, ma perché fa loro piacere crederlo!
E quali errori derivano dal fatto di non approfondire una questione, ma di formarsi un'opinione prematura su di essa!
A queste ragioni d'errore e d'inganno nella vita di tutti i giorni, se ne potrebbero aggiungere altre all'infinito.
Quali inganni ci giocano la passione, la partigianeria, ecc., per impedirci di giudicare rettamente!
Se simili errori di giudizio ci turbano, spesso in modo fatale, nella vita di tutti i giorni, sono ancora più pericolosi nell’esperienza soprasensibile.
Al discepolo dell'occultismo non si può dunque dare, come direttiva per l'ascesa nei mondi spirituali, una regola generale, ma solo il consiglio di fare tutto il possibile per educare in sé un sano discernimento e un giudizio libero e indipendente.
Quando l'osservatore dei mondi superiori ha compreso cosa sia veramente l'immaginazione, sviluppa rapidamente anche il sentimento che le immagini del mondo astrale non sono semplici immagini, ma manifestazioni di esseri spirituali.
Impara a riconoscere che le immagini «immaginarie» devono essere riferite a esseri animici o spirituali, proprio come i colori sensibili fisici vengono riferiti a oggetti o esseri sensibili.
Naturalmente, ci sono ancora molti altri dettagli da imparare.
Dovrà distinguere tra figure colorate che appaiono opache e altre che invece sono totalmente trasparenti e sembrano pervase di luce al loro interno.
Ne percepirà altre ancora che, oltre a essere tutte illuminate e trasparenti, emanano una luce che si rinnova continuamente e raggiunge l'interno.
Le figure opache saranno manifestazione di esseri bassi, quelle illuminate di esseri di grado medio e quelle raggianti di entità spirituali più elevate.
Se si vuole fare un buon lavoro riguardo al mondo immaginativo, non si deve considerare il concetto di veggenza spirituale in modo troppo ristretto.
In quel mondo, infatti, non si trovano solo percezioni di luce e di colore paragonabili alle esperienze visive del mondo fisico, ma anche impressioni di caldo e di freddo, di sapori e odori, ed ancora altre esperienze dei «sensi» immaginativi che non hanno un parallelo nel mondo fisico.
Le impressioni di caldo e di freddo nel mondo immaginativo (astrale) sono rivelazioni della volontà e delle intenzioni di esseri animici e spirituali.
Le intenzioni, buone o cattive, di un tale essere si manifestano sotto forma di determinati effetti di calore o di freddo.
È possibile anche «fiutare» o «assaporare» le entità astrali.
Nel vero mondo immaginativo, manca quasi totalmente ciò che costituisce il lato fisico del suono.
A questo proposito, in quel mondo regna un silenzio assoluto.
In cambio, a chi progredisce nell'osservazione spirituale, si offre qualcosa di affatto diverso che si può paragonare a ciò che nel mondo sensibile è suono, risonanza, musica e parola.
Questo elemento superiore si presenta quando tutti i suoni del mondo fisico esteriore sono totalmente cessati, quando ne è venuta a tacere persino l'eco animica più lontana.
Allora subentra ciò che si può chiamare comprensione del significato delle esperienze immaginative.
Se si volesse paragonare ciò che qui si sperimenta a qualcosa del mondo fisico, non si potrebbe paragonarlo se non a qualcosa che in questo mondo non esiste affatto.
Proviamo a immaginare di poter percepire i pensieri e i sentimenti di un uomo senza udire con l'orecchio fisico le sue parole; questa percezione sarebbe paragonabile alla comprensione immediata dell'immaginativo che si chiama «udire» in senso spirituale.
Le «parlanti» sono le impressioni di luce e di colore; nell'illuminarsi e spegnersi, nelle trasmutazioni di colore delle immagini, si manifestano armonie e disarmonie che rivelano i sentimenti, le rappresentazioni e i pensieri di entità animiche e spirituali.
Come il suono nell'uomo fisico diventa parola quando vi è impresso il pensiero, così le armonie e le disarmonie del mondo spirituale diventano manifestazioni che sono gli stessi pensieri essenziali e viventi.
Naturalmente, in questo mondo deve «farsi il buio», se il pensiero deve manifestarsi nella sua immediatezza.
L'esperienza di cui si parla si presenta così: si vedono spegnersi i toni chiari di colore, il rosso, il giallo e l'arancione, e si scorge come il mondo superiore, passando per il verde, si oscuri fino al turchino e al violetto; al tempo stesso si sperimenta in sé un aumento dell'energia volitiva interiore.
Si è in piena libertà rispetto al luogo e al tempo; ci si sente in movimento.
Si sperimentano delle forme, delle figure, non come se si vedessero disegnate nello spazio davanti a sé, ma come se, con il proprio Io, si potesse seguirle nel loro continuo movimento, in ogni slancio di linea, in ogni configurazione.
Anzi, si percepisce l'Io come se fosse il creatore del disegno e, al tempo stesso, la materia di cui esso è fatto.
Ogni linea, ogni mutamento di luogo, sono al tempo stesso esperienze dell'Io.
L'uomo impara a riconoscere di essere intrecciato, con il proprio Io in movimento, nelle forze creatrici del mondo.
Ormai le leggi del mondo non sono più qualcosa di percepito dall'esterno, ma un vero tessuto miracoloso che si sta tessere.
La scienza dello spirito abbozza ogni sorta di disegni e immagini simboliche.
Se queste corrispondono davvero ai fatti e non sono figure meramente escogitate, hanno per base le esperienze avute dal veggente nei mondi superiori e vanno considerate come si è detto.
Così il mondo dell'ispirazione si inserisce in quello dell’immaginazione.
Quando le immaginazioni iniziano a rivelare all’osservatore, in un «muto linguaggio», i loro significati, allora, nella sfera immaginativa, nasce l'ispirazione.
Di quel mondo nel quale l'osservatore penetra in tal modo, il mondo fisico è una manifestazione.
Ciò che del mondo fisico è accessibile ai sensi e all'intelletto limitato a essi, non è che il suo lato esteriore.
Per citare un esempio: la pianta, osservata con i sensi e con l'intelletto fisici, non è l'essere totale della pianta.
Chi conosce solo la pianta fisica è come chi vedesse solo un'unghia di un uomo, mentre il resto della persona gli rimane invisibile.
La natura e la struttura di un'unghia si possono comprendere solo in relazione all'essere totale.
Lo stesso vale per la pianta, che è comprensibile solo se si conosce ciò che le appartiene.
Questo elemento che appartiene alla pianta, però, non si può trovare nel mondo fisico.
La pianta ha come primo fondamento qualcosa che si manifesta solo nel mondo astrale per mezzo dell'immaginazione e inoltre qualcosa che si palesa solo nel mondo spirituale per mezzo dell’ispirazione.
La pianta, in quanto essere fisico, è dunque la manifestazione di un'entità che diventa comprensibile grazie all'immaginazione e all'ispirazione.
Da quanto detto, si evince chiaramente che l'osservatore dei mondi spirituali può muovere i primi passi nel mondo fisico.
Partendo dal mondo fisico e dalle sue rivelazioni, l'osservatore può salire alle entità superiori che ne stanno alla base.
Se prende le mosse dal regno animale, può ascendere al mondo immaginativo; se prende le mosse dal regno vegetale, l'osservazione spirituale lo conduce attraverso l'immaginazione al mondo dell'ispirazione.
Chi percorre questa via, vi trova presto nel mondo dell'immaginazione e in quello dell'ispirazione, anche esseri e fatti che nel mondo fisico non si rivelano.
Non si deve dunque credere che in questo modo si imparino a conoscere solo quegli esseri dei mondi superiori che hanno la loro manifestazione nel mondo fisico.
Chi entra una volta nel mondo immaginativo impara a conoscere una moltitudine di esseri e di avvenimenti che l'osservatore fisico non riesce nemmeno a immaginare.
Esiste però anche un'altra via che non prende le mosse dal mondo fisico e che rende l'uomo veggente nelle sfere superiori dell'esistenza in modo diretto.
Per molti, questa seconda via può essere più attraente della prima.
Eppure, per le condizioni attuali della vita, si dovrebbe scegliere solo la prima, che parte dal mondo fisico.
Questa impone infatti all'osservatore l'abnegazione necessaria a raccogliere, nel mondo fisico, accuratamente osservato e studiato, alcune cognizioni e, in particolare, esperienze; perciò, in tutti i casi, è la via più adatta alle condizioni attuali della cultura.
L'altra presuppone la conquista di qualità dell'anima difficilissime da raggiungere nella vita attuale.
Per quanto la letteratura relativa metta in evidenza chiaramente la necessità di acquistare tali qualità (ad esempio, altruismo, carità, devozione, ecc.) per il caso in cui non si voglia avviarsi ai mondi superiori partendo dal terreno solido del mondo fisico, la maggior parte degli uomini non sa nemmeno a che grado vadano sviluppate.
Se qualcuno venisse risvegliato nei mondi superiori senza possedere a sufficienza le suddette qualità dell'anima, ne conseguirebbe una miseria indicibile.
D'altro canto, sarebbe un errore gravido di conseguenze anche credere che, partendo dal mondo fisico e dalle relative esperienze, si possano fare a meno delle qualità interiori menzionate.
Invece, partire dal mondo fisico consente di acquistarle in una misura e, soprattutto, in una forma che ne rende possibile l'acquisizione nelle condizioni attuali della vita.
Un altro aspetto da considerare a questo proposito è...
Se si parte dal mondo fisico, anche salendo ai mondi superiori si resta in connessione con esso, si conserva piena comprensione di quanto accade e si ha intatta energia d'azione per svolgere il proprio lavoro.
Anzi, tale comprensione ed energia aumentano in modo più efficace proprio grazie alla conoscenza dei mondi superiori.
In ogni campo della vita, per quanto pratico e prosaico possa sembrare, chi conosce i mondi superiori agirà meglio e in modo più benefico rispetto agli altri, a condizione che abbia conservato un legame vitale con il mondo fisico.
Chi invece viene risvegliato nelle sfere superiori senza partire dal mondo fisico rischia di allontanarsi dalla vita; diventerà un eremita che osserva il mondo senza comprenderlo né parteciparvi.
Persino le persone che non hanno raggiunto uno sviluppo completo possono mostrare disprezzo per le esperienze del mondo fisico, sentirsi superiori a esso, ecc., e invece di accrescere il loro interesse per il mondo, indurirsi a esso e diventare, spiritualmente parlando, nature egoistiche.
Le possibilità di traviamento a questo proposito sono davvero grandi e dovrebbero essere accuratamente tenute d'occhio da chi aspira a salire a sfere superiori.
Dall'ispirazione, l'osservatore spirituale può salire all'intuizione.
Nella terminologia della scienza dello spirito, questa parola significa, per molti aspetti, proprio l'opposto di ciò che designa nella vita ordinaria.
Di solito si parla di intuizione quando si vuole indicare un'idea che si ritiene giusta, ma della quale non si ha ancora una chiara conferma concettuale.
Essa rappresenta un grado anteriore alla conoscenza, piuttosto che una conoscenza vera e propria.
Una tale «intuizione» (nel senso comune del termine) può certamente illuminare come un lampo qualche grande verità, ma come conoscenza può valere soltanto dopo aver ricevuto un fondamento da giudizi concettuali.
A volte si chiama intuizione persino qualcosa che si «sente» come verità, di cui si è persuasi, ma senza volerla appesantire con giudizi intellettuali.
Spesso si sente dire da persone che si avvicinano alla conoscenza della scienza dello spirito: «Ho sempre saputo queste cose intuitivamente».
Tutto ciò va completamente messo da parte se si vuole comprendere il vero significato di «intuizione».
Non si tratta di una conoscenza inferiore a quella intellettuale, ma che la supera molto in chiarezza.
Nell'ispirazione, le esperienze dei mondi superiori esprimono il loro significato.
L'osservatore vive nelle qualità e nelle azioni degli esseri di quei mondi superiori.
Quando il suo Io, come sopra descritto, segue una linea o una forma, sa tuttavia di non trovarsi dentro l'essere stesso, bensì dentro le sue qualità e attività.
Già nella conoscenza immaginativa, egli sa di non sentirsi fuori, ma dentro le immagini colorate; sa però altrettanto esattamente che tali immagini colorate non sono esseri indipendenti, ma qualità di tali esseri.
Nell'ispirazione, egli diventa consapevole di unificarsi con le azioni degli esseri stessi e con le manifestazioni della loro volontà; solo nell’intuizione, egli stesso si immedesima con esseri che sono in sé completi.
Ciò può avvenire correttamente solo se tale unificazione avviene senza spegnere il proprio Io, ma conservando integra la propria individualità.
Il perdersi in un altro essere, comunque ciò avvenga, è sempre un male.
Perciò solo un Io altamente consolidato in sé stesso può immergersi senza danno in un altro essere. Si è afferrato qualcosa intuitivamente solo quando, di fronte a questo «qualcosa», si ha il sentimento che in esso si manifesta un essere che ha la stessa natura e la stessa coesione interiore del nostro Io.
Chi osserva un sasso con i sensi, e cerca di comprenderlo con il proprio intelletto e la scienza ordinaria, ne conosce solo il lato esterno.
Come osservatore spirituale, procede poi oltre, alla conoscenza immaginativa e ispirata.
Quando si immerge in quest'ultima, può giungere a un altro sentimento che si potrebbe caratterizzare col seguente paragone: immaginiamo di vedere per la strada un uomo che, a prima vista, fa su di noi solo una vaga impressione.
Più tardi impariamo a conoscerlo meglio e, prima o poi, diventiamo amici intimi, al punto che l'anima di uno si apre a quella dell'altro.
Questa esperienza si ha quando i veli che nascondono le anime si dissipano e un «Io» si pone di fronte all'altro. Si può paragonare a quando il sasso non ci appare più solo esteriormente, ma ci manifesta qualcosa di più intimo che ne fa parte, come un'unghia fa parte del nostro corpo; qualcosa che si estrinseca in un «Io» simile al nostro.
Solo attraverso l'intuizione, l’uomo raggiunge quel modo di conoscenza che lo introduce nell'«interiorità» degli esseri.
Parlando dell'ispirazione, si è accennato alla trasformazione che l'osservatore spirituale deve sperimentare nella sua disposizione interiore quando vuole ascendere a questa forma di conoscenza.
Si è detto, per esempio, che un giudizio errato non deve affliggere solo l'intelletto, ma anche il sentimento, e che l'osservatore spirituale deve educare sistematicamente in sé tale esperienza.
Tuttavia, tale dolore non può ancora essere considerato come preparazione all'ispirazione se nasce dalle simpatie e antipatie dell'Io, se è il risultato di un prendere partito per una data cosa.
Questa commozione del sentimento è ancora ben lontana dalla partecipazione interiore che l'Io deve acquisire per la verità in sé, se vuole raggiungere i traguardi qui accennati.
Non si rileverà mai abbastanza che tutte le forme di interesse, di piacere e di dispiacere che si fanno sentire nella vita di tutti i giorni di fronte alla verità e all'errore devono essere prima ridotte al silenzio; dopo di che deve sorgere un genere di interesse affatto diverso, scevro da qualsiasi egoismo, perché si possa arrivare a una conoscenza ispirata.
Questa qualità della vita interiore è solo uno dei mezzi per prepararsi all'ispirazione.
Ce ne sono infiniti altri da aggiungere a questo.
Più l'osservatore spirituale si affina riguardo a tutto ciò che gli è già servito per l'ispirazione, più sarà in grado di avvicinarsi all'intuizione.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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